Proprio nel momento in cui i numeri dei sondaggi lasciano sperare che possa battere il centrodestra meloniano, il centrosinistra sta rivelando la sua fragilità. Più cresce il consenso, più aumenta il sospetto che, al momento decisivo, tutto possa sfuggire di mano. Perché oggi il Campo largo continua a presentarsi come una federazione di diffidenze reciproche, più che come una coalizione pronta a governare.È una vecchia malattia della politica italiana: avere il vento alle spalle e continuare a discutere sulla rotta. Il primo problema è persino singolare. Prima ancora di scegliere il candidato premier, bisogna decidere come sceglierlo. Primarie aperte? Primarie di coalizione? Accordo tra i leader? Decisione prima del voto o dopo? Da mesi il confronto procede senza fare un passo avanti. E diventa complicato chiedere agli elettori di affidarti il governo del Paese quando tu stesso non hai ancora trovato il sistema per individuare chi dovrebbe guidarlo.Ma la vera questione non riguarda il metodo. Riguarda il contenuto. Sull'Ucraina, per esempio, le differenze non sono sfumature: sono due visioni del mondo. Giuseppe Conte continua a bollare come "bellicismo" ogni scelta che punti a rafforzare la difesa europea, resta contrario all'invio di armi a Kiev e considera largamente enfatizzata la minaccia russa. Elly Schlein invece finge di non vedere queste differenze, forse nella convinzione che chiamando in causa un esercito europeo che chissà quando nascerà si possa risolvere il problema. Aggirandolo.Il resto del programma, almeno per ora, non offre certezze maggiori. Sul salario minimo il consenso è ampio. Ma poi? Sanità, fisco, scuola, sicurezza, immigrazione, politica industriale: prevalgono gli slogan, mentre continuano a mancare quei pochi punti essenziali, chiari e verificabili che consentano agli elettori di capire quale sarebbe davvero l'agenda di un eventuale governo alternativo. Il referendum sulla giustizia sembrava poter rappresentare il punto di svolta. Molti elettori progressisti avevano interpretato quella vittoria come il momento in cui l'opposizione avrebbe finalmente smesso di essere una semplice alleanza elettorale per diventare una coalizione politica. È accaduto il contrario. Le settimane successive sono trascorse senza che emergesse un progetto riconoscibile.Quando i leader sono finalmente riusciti a sedersi allo stesso tavolo, la fotografia dell'incontro ha avuto più successo delle decisioni prese. E quando sono arrivate le manifestazioni annunciate come il battesimo dell'alternativa, il risultato è stato un flop. Del resto le piazze possono creare entusiasmo, ma non cancellano le contraddizioni. Se nello stesso schieramento c'è chi considera la Russia la principale minaccia strategica per l'Europa e chi giudica il riarmo una costruzione propagandistica, nessun palco riuscirà a trasformare quella distanza in una linea politica condivisa.Il rischio è quello di sempre: convincersi che per vincere bastino le difficoltà degli avversari. Pensando magari che sia sufficiente mettere insieme gli elettori tradizionali della sinistra e quelli dei cinquestelle. Le elezioni italiane invece si decidono quasi sempre al centro, in quell'area moderata che guarda all'economia, alla stabilità, all'Europa e alla credibilità internazionale più che agli slogan identitari. Se quella parte del Paese continuerà a percepire il Campo largo come una somma di posizioni incompatibili, il vantaggio registrato oggi dai sondaggi rischia di restare soltanto una fotografia estiva.