Il cosiddetto campo largo ha già sprecato due mesi. Il referendum del 23 marzo obiettivamente aveva rappresentato un colpo al governo Meloni. Non una svolta epocale, ma una crepa sì: aveva aperto una dinamica nuova, almeno sul piano psicologico e simbolico. Ed era esattamente in quel momento che il centrosinistra avrebbe dovuto accelerare: costruire una piattaforma, chiarire la leadership, mettere in fila alcune priorità credibili. Invece niente. È scattato il riflesso più pernicioso della sinistra italiana: considerare acquisita una vittoria che non esiste ancora.

Il dibattito si è imbizzarrito sulle primarie mentre si è evocato un programma comune di cui non si vede neppure l’ombra. Se glielo fai notare, i grandi capi si seccano: il programma c’è già, più o meno. E allora perché non lo scrivono? Giuseppe Conte, dopo essersi ristabilito, ha tenuto questa iniziativa, “Nova”, per elaborare un programma «dal basso». Non si è capito molto. Il problema è che questa idea tardo-rousseauiana della base che elabora un programma non funziona mai: si ricordano ancora le meste Agorà di Enrico Letta o le primarie delle idee, un tempo tipiche dell’estrema sinistra e oggi di Matteo Renzi, in entrambi i casi con risultati modesti.