Roma, 27 maggio 2026 – La vittoria nel referendum costituzionale di marzo aveva ridato entusiasmo alla sinistra, persino euforia, un’ebbrezza neanche troppo leggera; l’avviso di sfratto per Giorgia Meloni, rea di aver smarrito la connessione sentimentale con il Paese reale, era già pronto. Il campo largo ha dunque proiettato i propri desideri – una vittoria elettorale certa, da Venezia in poi – su quelli dell’elettorato. Da qui a un anno magari le cose cambieranno di nuovo, quando ci saranno le elezioni politiche, in questa società liquida in cui lo spazio del consenso è fragile, provvisorio, in prestito a brevissima scadenza.
Nel frattempo però il campo largo è solo un’ipotesi. Non ha un leader riconosciuto, a differenza del destra-centro, che ha Meloni, elemento di stabilizzazione e collante di una maggioranza composita e variegata in cui albergano combattivi animal spirits. Non ha un programma condiviso, solo un’intenzione manifesta: opporsi a Meloni. Più che un campo largo è dunque una coalizione TTG, Tutti tranne Giorgia. Su quello il consenso è largo, diremmo persino vasto. Ma la politica non è fatta solo di programmi elettorali che possono essere sempre aggiustati ed emendati (anche se sarebbe curioso, persino gustoso, vedere di quante pagine sarebbe la riproposizione in chiave nazionale di un’alleanza unionista come quella di Venezia, in cui dentro c’erano tutti, persino Rifondazione Comunista, insieme a Pd, Avs, Cinque Stelle, Italia viva).













