È evaporata nello spazio di un pomeriggio la prematura illusione di una imminente débâcle di Giorgia Meloni. Il 25 maggio, alle cinque della sera, quella che doveva essere una vittoria facile si è trasformata in una cocente sconfitta per il “campo largo”. E oggi, se quell’alleanza avesse una leadership riconosciuta – o almeno una cabina di regia capace di leggere la realtà senza indulgenze – assisteremmo a una riflessione severa, forse persino dolorosa. Invece, nulla. Silenzio, qualche giustificazione di circostanza, e la frettolosa archiviazione di un risultato che, preso sul serio, dovrebbe far tremare i polsi.Il caso di Venezia è più di un episodio: è un simbolo. Alla vigilia del voto, Elly Schlein aveva trasformato quella sfida in un prologo nazionale, annunciando l’assalto finale: «Da qui mandiamo a casa Meloni». Ma la politica, quando viene scambiata per un esercizio di autosuggestione, presenta il conto. E il conto è arrivato puntuale: vittoria al primo turno del candidato del centrodestra, un giovane assessore di Brugnaro che a Roma in pochi conoscevano.Non meno eloquenti sono stati gli altri segnali usciti dalle urne. Il primo è arrivato da Reggio Calabria, dove il centrodestra si è preso la rivincita con un perentorio 66 per cento. Non è solo una sconfitta locale: è la certificazione che i due mandati del giovane Falcomatà non sono bastati a costruire un rapporto solido con una grande città del Mezzogiorno, una città complessa che non si lascia interpretare con gli schemi rassicuranti della politica nazionale. Il secondo segnale è quasi una beffa. I cacicchi che la nuova leadership del Pd voleva rottamare – lo “sceriffo” De Luca a Salerno e il “barone rosso” Crisafulli a Enna – non solo resistono, ma trionfano. E lo fanno senza il vessillo del campo largo, dimostrando che, nel vuoto di una proposta riconoscibile, la vecchia politica territoriale continua a vincere. Il terzo segnale è il più insidioso, perché meno appariscente: l’Emilia-Romagna. Undici punti in meno di affluenza, dal 65 al 54 per cento. Non è solo disaffezione: è un campanello d’allarme. Quando perfino nella regione simbolo della sinistra gli elettori restano a casa, significa che qualcosa si è incrinato. Che l’entusiasmo non si compra con le alleanze e non si improvvisa con gli slogan.A mancare, in fondo, non è stata soltanto l’ondata di vittorie che molti davano per acquisita dopo il successo referendario. È mancata soprattutto una visione. Quella capacità, evocata da Stefano Folli, di parlare a tutti i ceti, non solo agli italiani ideologizzati. Di offrire un progetto che tenga insieme sicurezza, immigrazione, difesa – i nodi veri del presente – senza rifugiarsi nelle parole d’ordine che rassicurano ma non convincono. Certo, un anno in politica è un’eternità. Ma è anche un battito di ciglia, se dall’altra parte c’è un governo che userà ogni giorno per consolidare il proprio vantaggio. A cominciare da una riforma elettorale pensata per trasformare il consenso relativo in una maggioranza solida. E quando le regole del gioco cambiano mentre la partita è in corso, chi è già in difficoltà rischia di restarne schiacciato.Per questo il tempo, oggi, non è neutrale. Gioca a favore di Giorgia Meloni. E contro chi continua a illudersi che basti chiamarsi “campo largo” per esserlo davvero. Perché un campo, senza un progetto e senza una guida, resta solo uno spazio vuoto. E la politica, si sa, detesta il vuoto: qualcuno prima o poi lo riempie.
Elezioni comunali: per chi suona la campana del 25 maggio
È mancata una visione. Quella capacità di parlare a tutti i ceti, non solo agli italiani ideologizzati











