Carmelo Briguglio

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Venezia, Reggio Calabria, Salerno, città toscane et cetera. Sappiamo com’è andata. Superfluo aggiungersi alle letture di una vittoria del centrodestra del test amministrativo, il cui valore simbolico datogli dai partiti di opposizione, ora viene pagato dagli stessi. Ragioniamo invece sui dati meno scontati. Il più importante. Il polo di centrodestra ha una identità e una storia politica stratificata in oltre 30 anni. Una storia nazionale, naturalmente, ma anche in parallelo una forte storia territoriale, di vittorie e sconfitte, ma comunque un idem sentire, che al minimo è il percepirsi “non di sinistra”, nelle punte massime, invece, coincide con le biografie politiche legate ai singoli partiti che lo compongono.

Questo retroterra comune, lungo e profondo, il centrosinistra attuale – l’asse Pd-M5S – non ce l’ha. Non c’è l’ha ancora. È una pasta coesiva che occorreranno anni perché la nuova gauche possa fabbricarla e disporne. È un processo lungo e lento che ha creato nella maggioranza su cui si regge il governo Meloni una classe politica e una community locale che hanno imparato a vincere e perdere insieme, aspettando dopo gli insuccessi i propri turni di vittoria, e il contrario, secondo l’oscillare del pendolo del consenso. Quando leggiamo analisi sui disegni della dinastia berlusconiana che descrivono tentata di abbandonare l’accampamento “paterno” e trasferirsi in quell’opposto, si trascura questo dato fondativo, diventato negli anni omogeneo e strutturale, dai quali nessuno può prescindere; il che rende poco credibili questi scenari, in favore dei quali c’è stato un lavorio miope, da parte di interpreti fuori tempo, anche intorno alla vicenda della grazia a Nicole Minetti.