Le amministrative sono appena finite, ma nel centrodestra il ragionamento è già un altro. Non più solo sindaci, liste, percentuali e consigli comunali. Il tema vero è il dopo. Le Politiche, le alleanze, il voto moderato, quel pezzo di elettorato che non vuole finire né nel sovranismo muscolare né nel campo largo a trazione sinistra. In questo spazio vuole muoversi Forza Italia. E lo fa con una linea abbastanza chiara: Vannacci no, Calenda forse sì. La senatrice Licia Ronzulli, sul Foglio, ha chiuso la porta al generale dopo le sue parole contro Marina Berlusconi e l’ha invece aperta ad Azione, in nome di una comune sensibilità su economia di mercato, atlantismo, Europa e sviluppo industriale. Anche Roberto Occhiuto, intervistato da Repubblica, ha fissato il perimetro: Forza Italia resta dov’è sempre stata, nel centrodestra voluto da Silvio Berlusconi. Ma il compito del partito, ha spiegato, è attrarre liberali e riformisti che non si riconoscono in un campo largo dove l’egemonia degli estremi è evidente. Detta senza troppi giri: l’identikit porta dritto ad Azione. O almeno a quello che Azione dice di essere.
Il problema non è Azione. È Calenda
Il punto, però, è che ogni volta che si parla di Azione bisogna fare i conti con il suo vero limite politico: Carlo Calenda. Che un giorno apre, il giorno dopo chiude, il terzo corregge, il quarto si indigna e il quinto spiega che era stato frainteso. Una specie di navigatore impazzito: ricalcola sempre, ma non arriva mai. Il caso di Reggio Calabria è perfetto per capire il cortocircuito. Azione ha sostenuto con il proprio simbolo Francesco Cannizzaro, candidato del centrodestra, eletto sindaco con il 65%. Non una vittoria risicata, non un ballottaggio salvato per miracolo, ma una valanga politica. E cosa fa Calenda dopo la vittoria? Invece di incassare, prende le distanze. Su X ammette l’errore: “Ho fatto l’errore di lasciar decidere ai territori senza conoscere il soggetto in questione”. Poi rincara: “È imbarazzante. Ho lasciato scegliere al locale senza conoscerlo. Non succederà più”. Insomma: il suo partito mette il simbolo, sostiene il candidato, elegge un consigliere, entra nella maggioranza. Poi il capo si sveglia e dice: scusate, non sapevo bene cosa stavamo facendo.












