Pubblicato il: 26/05/2026 – 19:00
di Paola Suraci
REGGIO CALABRIA C’è una regola non scritta della comunicazione politica moderna: le elezioni si vincono o si perdono molto prima del voto. Non il giorno del comizio finale, non l’ultima settimana di manifesti. Si vincono nei mesi in cui si costruisce il frame — la cornice dentro cui l’elettore leggerà tutto quello che verrà dopo. Chi occupa quello spazio per primo, lo possiede. Gli altri rincorrono. A Reggio Calabria lo spazio lo ha occupato Francesco Cannizzaro. Lo ha fatto a febbraio, mesi prima di tutti, con un programma, uno slogan e una coalizione già in fila. Gli avversari hanno rincorso. Il 25 maggio gli elettori hanno fatto quello che fanno sempre quando una storia è più convincente delle altre: l’hanno premiata. Sessantacinque virgola sessantotto per cento. Cinquantanovemila voti. Non c’è stata gara. C’è stata sentenza. Domenico Battaglia, sindaco uscente per interposta nomina, si è fermato al 24,74. Aveva una carta che nessun altro poteva giocare — le primarie, settemila persone ai gazebo, una legittimazione democratica diretta. Avrebbe potuto costruirci sopra un’intera narrativa: non mi ha scelto il partito, mi hanno scelto i cittadini. Non lo ha fatto. E senza una storia di discontinuità credibile, nell’elettore si è consolidata un’equazione semplice: Battaglia uguale continuità, continuità uguale dodici anni che Reggio non vuole ripetere. Dodici anni di Falcomatà — il sindaco eletto, sospeso, riabilitato, logorato — hanno lasciato ferite che non si rimarginano in una campagna elettorale. E Falcomatà era dentro la coalizione, non ai suoi margini. Aveva pubblicato una foto con Battaglia davanti a Palazzo San Giorgio, il braccio sulla spalla, il sorriso largo: “si torna sempre dove si è stati bene.” Per un elettore stanco, quella frase valeva più di qualsiasi programma. Nel senso sbagliato.













