Il deficit europeo, prima ancora che di idee, è di esecuzione. Panetta ha consegnato la diagnosi e ha posto l’esecuzione a misura della credibilità di un’Europa che annuncia molto e conclude poco. Il commento di Rosario Cerra, fondatore del Centro economia digitale
C’è una frase, nelle Considerazioni finali lette da Fabio Panetta il 29 maggio, che merita di essere sottratta al rumore della cronaca. Tra le pagine su crescita, debito e banche, il governatore osserva che nelle grandi rivoluzioni tecnologiche il guadagno maggiore è andato più a chi ha saputo adottare la tecnologia che a chi l’ha inventata, e aggiunge che è su quel terreno che si deciderà la crescita futura. Ai lettori frettolosi potrà apparire un’annotazione di passaggio ma contiene il punto su cui si misurerà il valore economico dell’intelligenza artificiale.
È, infatti, una verità nota agli economisti da quasi quarant’anni. Nel 1987 Robert Solow la condensò in una battuta rimasta celebre: l’età dei computer si vedeva ovunque, tranne che nelle statistiche della produttività. Paul David ne cercò la spiegazione nella storia dell’elettricità. Il motore elettrico era pronto già a fine Ottocento, ma i suoi effetti sulla produttività arrivarono solo una generazione più tardi. Non bastò sostituire la macchina a vapore con la dinamo: servì ridisegnare la fabbrica attorno alla nuova fonte di energia.













