Il Falzarego, ma prima il Pordoi e il Sella, erano regni ignoti. Giro d’Italia del 1940, la diciassettesima tappa, da Pieve di Cadore a Ortisei, insolitamente breve (110 km, ma anche gli organizzatori erano spaventati per l’azzardo di farli correre, cioè arrampicare e precipitare, da queste parti). Eberardo Pavesi, direttore sportivo della Legnano, che contava su Gino Bartali capitano fuori classifica e Fausto Coppi gregario in maglia rosa, finita la tappa di Pieve di Cadore, ordinò all’autista dell’ammiraglia di andare a scoprire i tre passi dolomitici. Beppe Conti ricorda le parole di Pavesi in “Dolomiti da leggenda” (Reverdito): “Il Falzarego pedalabile all’inizio, il Pordoi con quattro metri di neve alle pareti, il Sella con quella strada sabbiosa. Al Pordoi c’era un rifugio con una luce accesa, entrammo e dissi al proprietario che avevo bisogno di una cortesia. Gli lasciai due borracce, che le riempissero di caffè caldo aggiungendo ad alta voce che avrebbe dovuto darle l’indomani ai primi due corridori che transitavano lassù, uno era Bartali, l’avrebbero riconosciuto subito, l’altro vestiva la maglia rosa. Mi guardarono tra l’incredulo e l’esaltato. Tornai indietro e feci la stessa cosa al bar che c’era sul Falzarego”. Bartali, da gregario, passò primo su Falzarego, Pordoi e Sella e vinse la tappa, Coppi, secondo, a ruota, da capitano, consolidò il primato. E a 20 anni, otto mesi e 25 giorni conquistò il primo dei suoi cinque Giri.Il Falzarego ha due versanti, da Cortina e da Agordino. Il Giro del 2026 lo misura nella diciannovesima tappa, la Feltre-Alleghe (Piani di Pezzè), 151 km e sei montagne (Passo Duran, Coi, Forcella Staulanza, Giau, Falzarego e Piani di Pezzè). Il Falzarego, più passa il tempo, meno sembra difficile: 10,1 km di lunghezza da Pocol (versante di Cortina, circa 6 km dopo Cortina) al passo, 570 metri di dislivello, 5,6 per cento di pendenza media, 10 per cento di massima. Ottantasei anni fa la strada si insinuava militarmente sterrata, le biciclette di ferro pesavano il doppio di quelle in carbonio, i rapporti (pochi) erano quasi da pianura. E si pedalava nell’ignoto anche per quanto riguardava alimentazione, preparazione, tecnologia, psicologia. Tutto. Bartali, Coppi e tutti gli altri erano, più che corridori, esploratori, astronauti.Fra Bartali e Coppi, Bitossi e Merckx – l’albo d’oro del Falzarego è un firmamento di stelle – appare anche Selvino Poloni. L’8 giugno 1971 il Giro viveva la diciottesima tappa, la Lienz-Falcade di 195 km con quattro guglie dolomitiche: Tre Croci, Falzarego, Pordoi e Valles. Poloni, veneto di Zoppè di San Vendemiano, pronti-via, se ne andò da solo. E da solo scavallò Tre Croci e, appunto, Falzarego, con una convinzione e un vantaggio tali da confidare nella vittoria. “Ma Claudio Michelotto, che indossava la maglia rosa, tradì una mezza crisi e nel gruppo si scatenò la battaglia – ricorda Poloni, che allora aveva quasi 27 anni e adesso quasi 82, fondatore e titolare di un pennellificio battezzato Due Ruote. Così, a metà del Pordoi, fui raggiunto e superato, altrimenti sarei arrivato al traguardo”. Ci arrivò comunque, a 22’49” da Felice Gimondi, primo, dal belga Herman Van Springel, secondo, dallo svedese Gosta Pettersson, nuovo leader della corsa, e dallo spagnolo Francisco Galdos, quarto, e a un minuto e mezzo dal gruppo dov’erano rimasti intrappolati Aldo Moser e Gianni Motta, Franco Bitossi e Italo Zilioli. “I primi tre passi – spiega Poloni – erano asfaltati, il Valles, ciliegina sulla torta, sterrato. Quando andai in fuga, l’ammiraglia della Cosatto, la mia squadra, lettini e carrozzine per bambini, con il direttore sportivo Diego Ronchini, era rimasta indietro insieme con i miei altri compagni, ma io potevo contare sulla seconda macchina, decapottabile, guidata da Gino Bartali. Era stato ingaggiato come uomo-immagine, però quel giorno si prestò per assistermi, informarmi, incoraggiarmi. Così era lui a passarmi panini e borracce. Ci pensa? Bartali che mi faceva da… gregario”.