Ai piedi del Nuvolau e dell’Averau, c’è il Giau, un’enclave che suona sardo (e che invece è ladino) ma che abita le Dolomiti, tra campanili e torri, pascoli e pareti, alpeggi alpini e cippi confinari. L’origine del nome è incerta: chi la fa risalire a gioco o anche giogo, chi la considera un’eredità latina da “gaudium”, ma per i corridori c’è poco da godere (o molto da godere però poco da sorridere), da qualunque parte si affronti la salita. Il versante del Giro d’Italia 2026 (alla sua undicesima volta) è quello di Selva di Cadore, misura 9,9 km, ha una pendenza media del 9,3 percento con una bellezza di 29 tornanti (c’è anche chi ne conta meno, più tre gallerie), fino a quota 2.233 metri (che gli vale, come punto più alto, il titolo di Cima Coppi). E’ la diciannovesima tappa, la Feltre-Alleghe (Piani di Pezze, mica tanto piani), 151 km e sei gpm, in calendario venerdì 29 maggio.La prima volta del Giau al Giro risale al 1973. Il patron Vincenzo Torriani lo inserì dalla parte del Colle Santa Lucia, 9,5 km, pendenza media del 9,4 e massima dell’11,1. E’ l’anno in cui Eddy Merckx cannibaleggia il Giro, maglia rosa dalla prima all’ultima tappa, cinque vittorie di tappa più una sesta, la prima tappa, una cronocoppie con Roger Swerts, nonché la classifica a punti e quella a squadre. Il penultimo giorno, l’8 giugno, erano previsti 208 km da Andalo ad Auronzo di Cadore, e l’inedito Giau è il terzo dei quattro Gran premi della montagna di giornata, dopo Valles e Santa Lucia e prima del Tre Croci. Ed era la giornata di José Manuel Fuente, scalatore spagnolo, asturiano, che correva con un fazzoletto nella manica della maglia, un po’ per detergersi dal sudore della fatica e un po’ per ricordarsi dei profumi di casa. Stavolta Fuente staccò tutti. Merckx si accontentò del quarto posto a poco più di un minuto, schiumando perché mai rassegnato a un posto che non fosse il primo. Al traguardo finale di Trieste Merckx avrebbe poi relegato Gimondi, secondo, a quasi otto minuti e il ribelle Fuente, ottavo, a più di 26.Fuente fu fonte e fontana di guai perfino per Merckx. Nato povero in canna, sulla canna di una bici sconfisse la miseria e trovò rivincita, sfogo, libertà, più gloria che danaro (a Oviedo avrebbe aperto un negozio di articoli sportivi). Lo chiamavano “El Tarangu”, lo smemorato, lo spensierato, un’etichetta non coniata su misura per lui ma ereditata dal nonno e dal padre, un distintivo di famiglia che si trasmetteva per dinastia, come succede(va) anche da noi. Piccolo, tenace, orgoglioso, in salita Fuente volava. E dunque, attaccava. Ma lo faceva istintivamente, disperatamente, scriteriatamente, perfino in modo suicida. E Merckx, che in quegli anni pedalava nel suo periodo di maggiore luce, sapeva aspettare il momento utile per rispondere e colpire, distanziare e umiliare. Nel 1974 Fuente sconfisse Merckx e batté tutti in cinque tappe, compresa quella che arrivava, per la prima volta, sul Carpegna, che sarebbe stata scelta da Marco Pantani come montagna specchio, montagna palestra, montagna santuario.Il Giau sa essere paradisiaco ma anche infernale, sa trasformarsi da pacifico a crudele, da ciclistico a cinematografico. Nel 1984 ha accolto la troupe del film “Ladyhawke”, di Richard Donner, con Matthew Broderick, Ruther Hauer e Michelle Pfeiffer, produzione americana, luoghi italiani. E fra la Rocca di Calascio e il borgo di Monterano, il Lago d’Antorno e il Castello di Torrechiara, i Monti della Laga e le ricostruzioni a Cinecittà, ecco il Giau, palcoscenico ideale, naturale, non solo di scalatori e arrampicatori - “grimpeur” recitano i francesi -, ma anche di attori e stuntmen, e sempre di falchi e poiane
Sul Passo Giau il Giro ritrova i suoi fantasmi
Quest'anno la salita dolomitica torna ad essere la Cima Coppi del Giro: 29 tornanti, pendenze feroci e una storia che va da Merckx a Fuente, dai set di Ladyhawke ai grimpeur moderni. Un passo che sa essere paradiso e supplizio, teatro naturale di eroi, ribelli e leggende del ciclismo













