di Lucio Aquilina – designer
L’arrivo della Ferrari elettrica non è soltanto un evento industriale. È un test culturale. Non riguarda solo motori o mercati finanziari: riguarda la possibilità che un oggetto perda il proprio linguaggio mentre tenta di adattarsi al futuro. Le reazioni del mercato successive alla presentazione non raccontano un problema tecnico o commerciale. Segnalano qualcosa di più sottile: una possibile frattura percettiva tra ciò che il marchio rappresentava e ciò che oggi comunica. In altre parole: una crisi di senso.
Ferrari non ha mai venduto soltanto automobili. Ha venduto un’esperienza percettiva totale: tensione delle superfici, suono, vibrazione, ritualità meccanica, proporzioni e memoria collettiva. La sua identità nasceva da un equilibrio fragile ma potentissimo tra ingegneria e mito. Il dibattito seguito alla presentazione del nuovo modello fa emergere un punto centrale del design contemporaneo: l’equivoco secondo cui innovare significhi interrompere la continuità simbolica degli oggetti.
L’ingresso nel progetto di figure provenienti dal mondo Apple — cultura progettuale fondata su minimalismo, astrazione e riduzione sensoriale — introduce inevitabilmente un cambiamento antropologico prima ancora che estetico. Il linguaggio Apple nasce infatti per rendere invisibile la macchina, eliminare attrito, cancellare complessità e trasformare l’esperienza informatica in una sequenza fluida, silenziosa, quasi smaterializzata. Ma una Ferrari non è mai stata pensata per scomparire. La sua identità storica viveva nell’eccesso controllato della presenza fisica: rumore, temperatura, vibrazione, risposta meccanica, perfino imperfezione costituivano segnali culturali stratificati. Non dettagli tecnici, ma elementi attraverso cui il corpo comprendeva l’oggetto.










