«La prima volta che vidi Rita Levi-Montalcini entrare in laboratorio il tempo mi sembrò rallentare. Parlava piano. Non parlava mai di immortalità né di sogni futuristici. Parlava di cellule che resistono, di errori che si accumulano. Avevo poco più di vent’anni e all’Università di Bologna stavo lavorando a una tesi dedicata al fattore di crescita nervoso, l’NGF, la cui scoperta aveva fatto meritare il Nobel alla Montalcini». Marco Quarta oggi è uno dei massimi esperti italiani di tecnologie antinvecchiamento. Scienziato e imprenditore, in California sta sviluppando farmaci rivoluzionari, molecole ingegnerizzate e «SenoAdattative», che quando entrano nel corpo distruggono le cellule invecchiate, dette zombie e ringiovaniscono quelle stressate. La scoperta è avvenuta anche grazie all’intelligenza artificiale. Potrebbe trattarsi del primo farmaco creato con AI e già validato nelle prime sperimentazioni cliniche.Pioniere nella cura dell’invecchiamento, da 25 anni fa ricerca. Pubblica su riviste come Science, Nature, Nature Neuroscienze. In Italia ha appena pubblicato il libro il Sfidare il tempo (Mondadori), in cui racconta il suo viaggio e la nuova frontiera della medicina della longevità. Per comprendere i meccanismi biologici dell’invecchiamento e provare a intervenire su di essi. Nel cuore della Silicon Valley ha fondato due biotech, Rubedo Life Sciences e Turn Bio. Le sue terapie contro il decadimento biologico sono già entrate in fase clinica. «Portare un farmaco in clinica è qualcosa che il 95% delle aziende biotech non riesce a fare». Ha raccolto oltre 70 milioni di dollari da investitori come Khosla Ventures e Ahren Innovation Capital, ma anche da CDP Ventures, che ha anche supportato l’apertura di una sede italiana di Rubedo. Di Bolzano, cresce in una famiglia di medici e scienziati. Da bambino riceve in regalo un microscopio, un modello anatomico e il piccolo chimico e inizia a farsi domande. Si laurea in biotecnologie a Bologna, in uno dei laboratori patrocinati da Rita Levi Montalcini. «Lei veniva spesso in laboratorio. Voleva sapere che cosa stessimo facendo a proposito di cellule staminali e invecchiamento. Parlava piano, con frasi essenziali. Parlava del tempo come di una forza biologica concreta, iscritta nella materia vivente. Fu per me un’ispirazione profonda». Da Bologna, Quarta si trasferisca a Padova per un dottorato in neuroscienze. Qui conosce Thomas Rando, uno dei pionieri negli studi sulla biologia delle cellule staminali. L’americano lo invita alla Stanford University per un post doc. «Stanford non è solo un’università prestigiosa. È una pressione costante verso il possibile, un luogo in cui la biologia non è contemplazione, ma frizione continua con la realtà clinica, tecnologica, umana». Finito il post-doc arriva la proposta di dirigere il gruppo di ricerca di un Centro di Eccellenza. Poi fonda le sue startup. E non torna più. Davanti a sé, vede sfide più che problemi. «Mi immagino un futuro luminoso. Che non è un futuro in cui tutti vivranno 150 anni, ma un futuro in cui avremo persone anziane con meno fragilità, meno disabilità, più autonomia, più energia, più capacità cognitiva e fisica. Questa, per me, è la vera rivoluzione: non aggiungere semplicemente anni alla vita, ma aggiungere salute, funzione e libertà agli anni che vivremo». Sullo sfondo del suo libro, scorrono laboratori, professori esigenti, investitori della Silicon Valley. E una domanda antica quanto l’uomo: perché invecchiamo? E quanto possiamo intervenire su questo processo? «Dopo tanti anni di ricerca ho sentito il bisogno di raccontare cosa sia davvero la medicina della longevità», spiega Quarta. «Oggi il dibattito pubblico oscilla spesso tra entusiasmo eccessivo e scetticismo totale. Il libro cerca una terza via: scientifica, rigorosa e accessibile. Oggi non possiamo ancora fermare il tempo, ma possiamo imparare a modificare il modo in cui il tempo agisce sul corpo. Ed è quello che stiamo facendo. Una sfida continua…». Per secoli abbiamo considerato l’invecchiamento inevitabile. Oggi non è più cosi? «L’invecchiamento non è più un mistero e non è un processo inevitabile come abbiamo sempre creduto. Non è una malattia, ma è il terreno biologico su cui crescono molte malattie degenerative. Per decenni abbiamo studiato i meccanismi biologici che lo creano: infiammazione cronica, accumulo di danni al DNA, perdita della capacità rigenerativa dei tessuti, accumulo di cellule senescenti… Oggi iniziamo a capire come intervenire su di essi». Sta nascendo una nuova medicina? «Sì, è la medicina della longevità. Si tratta di un cambiamento di paradigma: non vuol dire prevenzione. Significa curare le malattie decenni prima che si sviluppino, un po’ come facciamo ora con il diabete. Tratteremo le malattie del futuro facendo in modo che non si manifestino mai. Stiamo sviluppando bio-marcatori che ci diranno: “Guarda questi valori sono elevati, riportiamoli in uno stato normale in modo da prolungare il periodo della vita vissuta in salute”». Qual è il vero salto scientifico? «Che non guardiamo più solo alla singola malattia ma ai meccanismi comuni di molte malattie dell’età. Patologie apparentemente diverse, come quelle cardiovascolari, neurodegenerative, metaboliche, fibrotiche, dermatologiche, immunologiche, hanno un minimo comune denominatore: l’invecchiamento biologico. Condividono gli stessi processi cellulari: dall’infiammazione cronica alla senescenza cellulare, dalle alterazioni del sistema immunitario alla perdita della capacità di riparazione dei tessuti. Questo significa che, agendo su uno di questi meccanismi, potremmo influenzare più malattie contemporaneamente». Che cosa vi permette di vedere oggi ciò che prima era invisibile? «Grazie a nuove tecnologie (single-cell omics, trascrittomica spaziale) e all’intelligenza artificiale, possiamo osservare i tessuti umani con una precisione prima impensabile. Riusciamo a distinguere cellule sane, stressate, infiammate, senescenti, recuperabili o irreversibilmente danneggiate. Questo apre la strada a terapie mirate». Cosa sono invece le cellule senescenti? «Le cellule senescenti sono cellule danneggiate che restano nei tessuti, rilasciando segnali infiammatori che alterano l’ambiente circostante. Per questo vengono spesso chiamate “cellule zombie”. I farmaci senolitici cercano di eliminarle, ma non tutte le cellule senescenti sono uguali e, in alcuni contesti, possono avere anche funzioni utili». Se non tutte le cellule senescenti sono uguali, cosa occorre fare? «È qui che entra in gioco il concetto dei farmaci SenoAdattativi, su cui stiamo lavorando. Ed è una scoperta che abbiamo fatto grazie all’intelligenza artificiale. L’idea non è eliminare tutte le cellule senescenti, ma distinguere i diversi stati biologici delle cellule. Le cellule possono essere stressate, oppure infiammate, senescenti, recuperabili o irreversibilmente danneggiate. In alcuni casi il farmaco cerca di ridurre l’infiammazione, ristabilire l’equilibrio cellulare e favorire i processi di rigenerazione. Iniziamo ad avere anche le prime validazioni cliniche. E i risultati per ora sono sorprendenti. È ancora presto ma questo suggerisce che la medicina della longevità sta entrando in una fase molto più concreta…». Biotecnologie, ingegneria genetica, trapianti di organi, riprogrammazione cellulare. A che punto siamo?«Le conquiste più significative riguardano le tecniche di ingegneria genetica, come il CRISPR: si tratta di “forbici molecolari” che permettono di modificare le sequenze del DNA. Una delle aree più affascinanti della biologia moderna è invece la riprogrammazione cellulare: cerca di riportare le cellule verso uno stato più giovane, agendo sui programmi epigenetici. Suggerisce che alcuni aspetti dell’età biologica possono essere in parte reversibili, ma è anche una sfida delicata: dobbiamo ringiovanire una cellula senza alterarne l’identità e senza aumentare il rischio che diano origine a un tumore».
Marco Quarta e il farmaco per la longevità: «L’invecchiamento non è inevitabile, cosa sono le cellule zombie e come si può intervenire»
«La prima volta che vidi Rita Levi-Montalcini entrare in laboratorio il tempo mi sembrò rallentare. Parlava piano. Non parlava mai di immortalità né di sogni futuristici. Parlava di cellule che













