Saremo tutti centenari. Non è una promessa né una provocazione, assicura l’immunologo Alberto Beretta, ma la conseguenza di un cambiamento già in corso: «Per la prima volta nella storia della nostra specie, vivere cent’anni non è più un’eccezione, ma una possibilità concreta». Da oltre quarant’anni Beretta studia il sistema immunitario e i meccanismi biologici dell’invecchiamento: prima in Svezia e in Francia - era a Parigi nel 1983, quando Luc Montagnier isolava l’Hiv - poi a Milano, al San Raffaele, e ora alla “SoLongevity”, la start-up (che dirige) impegnata nello sviluppo di tecnologie per la longevità. A queste ricerche ha dedicato anche un libro (Saremo tutti centenari, in uscita il 9 giugno per La nave di Teseo), che ruota attorno a una domanda tanto semplice quanto decisiva: «Come vivremo questo tempo in più?». Proviamo ad azzardare una risposta. «Male, se non ci prepariamo per tempo. La medicina moderna ci ha permesso di vivere più a lungo, ma senza la garanzia di vivere meglio. Per questo, oggi non basta più intervenire quando qualcosa si rompe: bisogna agire molto prima». Un esempio? «L’Alzheimer. Dopo i 95 anni ne soffre una persona su due. Sappiamo che è legato ai depositi della β-amiloide, una proteina che progressivamente danneggia le sinapsi del cervello. Se si arriva a quell’età con poche connessioni neuronali attive, il decadimento cognitivo accelera; se invece quelle connessioni restano numerose, il processo può rallentare sensibilmente». È dunque da questo “serbatoio” che dipende la nostra salute? «In buona parte sì. In medicina lo chiamiamo riserva cognitiva. Ma esiste anche una riserva metabolica e una muscolare. Sono loro a determinare la qualità della vecchiaia. Ecco perché vanno coltivate molto prima dell’invecchiamento». Come? «Allenando la memoria, ad esempio; o imparando lingue nuove, e ancora mantenendo relazioni sociali attive. E, sul piano metabolico e muscolare, attraverso l’esercizio fisico e un corretto apporto proteico, in modo da mantenere un andamento ritmico. Ha presente un cantiere?». Un cantiere? «Sì. Il nostro metabolismo si divide in due stati principali: rincorsa e mantenimento. Il primo è molto simile alla fase di costruzione e demolizione, in cui si creano inevitabilmente polvere e detriti. Lo stato di mantenimento è invece la fase di pulizia e ispezione, in cui si rallenta per rimuovere i detriti e riparare gli attrezzi, assicurandosi che la struttura non crolli sotto il peso dei propri scarti. È questo equilibrio a conservare il nostro tesoretto biologico». Contano gli stili di vita, ma conta anche la genetica? «Naturalmente. Ognuno di noi possiede un proprio spartito biologico, che orienta lo sviluppo dell’organismo e il modo in cui invecchia. Ed è dentro quello spartito che si nascondono molte delle chiavi della resilienza biologica: la capacità, cioè, di mantenere l’equilibrio anche sotto stress». È per questo che durante la pandemia alcuni anziani hanno reagito meglio di persone molto più giovani? «Sì. È la qualità dei sistemi biologici - e soprattutto la capacità di adattarsi allo stress - a determinare il modo in cui affrontiamo la malattia e l’invecchiamento. Ma lo spartito, da solo, non basta: conta anche il modo in cui lo interpretiamo ogni giorno, attraverso le nostre scelte». Queste scelte possono allungare ulteriormente la vita? «Qui la comunità scientifica si divide. C’è chi ritiene che, con gli strumenti attuali, abbiamo ormai raggiunto un limite: l’evoluzione non ci ha progettati per restare giovani e sani indefinitamente, ma per crescere, riprodurci e trasmettere i nostri geni. Altri invece pensano che la nostra flessibilità biologica lasci ancora ampi margini di miglioramento». Lei con chi è d’accordo? «Mi trovo a metà strada. La nostra biologia non è una macchina costruita per durare all’infinito: l’evoluzione ha ottimizzato i meccanismi genetici e molecolari non per vivere in eterno, ma per garantirci efficienza in età riproduttiva. Certo, continueremo ad allungare la vita, ma solo fino a un certo punto». In questi anni la ricerca sulle cellule staminali ha fatto enormi progressi. «Sì, ma il vero problema riguarda i tempi. Per arrivare a un impiego diffuso sull’uomo sano serviranno ancora decenni di sperimentazione. Per una ragione etica evidente: sperimentare su persone sane richiede cautele sensibilmente maggiori rispetto ai pazienti affetti da malattie croniche e terminali. Per questo, oggi, la vera priorità resta la prevenzione». L’Italia come sta affrontando questa trasformazione? «Siamo ai primi posti sia per aspettativa di vita sia per “healthspan”, la durata della vita vissuta in buona salute. Ma il problema riguarda il futuro e ha a che fare con la demografia: la popolazione sta invecchiando a una velocità impressionante. E questo avrà conseguenza anche sul sistema sanitario nazionale, che non sarà più in grado di gestire una massa enorme di patologie legate all'invecchiamento». Che cosa andrebbe fatto? «Bisognerebbe trasformare radicalmente la medicina del territorio. Oggi resta soprattutto amministrativa: il paziente va dal medico e viene indirizzato verso il reparto che deve gestire la patologia. Servirà invece rafforzare la medicina preventiva, sensibilizzando i cittadini sull’importanza degli stili di vita». È ottimista? «Bisogna esserlo, anche se cambiare il sistema resta difficilissimo. Pesano ancora troppe resistenze organizzative, la carenza di personale medico e quella di strutture adeguate. Ma il vero nodo, prima ancora che sanitario, è culturale: occorre un cambio di passo e di mentalità».