Martina Comparelli, attivista della Global Sumud Flotilla, racconta le torture, le umiliazioni e gli abusi subiti dopo l’abbordaggio israeliano. La sua testimonianza denuncia non solo la violenza della detenzione, ma anche il diverso trattamento mediatico e politico riservato agli attivisti occidentali rispetto alle sofferenze quotidiane del popolo palestinese.

"Il tema che vi voglio porre è questo: io ho ricevuto tantissima attenzione, insieme ai miei compagni, per quello che ci è successo, cosa che ai palestinesi non accade. Chiediamoci perché". Queste sono le parole con cui Martina Comparelli, attivista della Global Sumud Flotilla, chiude la sua testimonianza a Fanpage.it sulle torture e gli abusi messi in atto da parte dei militari israeliani durante l’abbordaggio di una delle navi della spedizione.

Il 14 maggio la spedizione, composta da circa cinquanta imbarcazioni, era salpata ancora una volta dal porto di Marmaris, in Turchia, con l’obiettivo di raggiungere la Striscia di Gaza e rompere il blocco navale imposto illegalmente da Israele. A bordo delle imbarcazioni si trovavano circa 500 attivisti e attiviste provenienti da più di 40 Paesi, inclusa l’Italia. La "nave-lager" e le torture "Siamo state portate in quella che secondo me può essere definita una nave-lager, perché la prima cosa che succede è che vieni spogliata di tutti i tuoi averi, ti viene preso il passaporto e diventi un numero su un braccialetto", continua Comparelli nella sua testimonianza, ripercorrendo una dopo l’altra le torture subite in quei momenti. "Per entrare passavi attraverso un container scuro in cui qualcuno, senza mostrarsi in volto, ti picchiava. La prima cosa che sentivi entrando nella nave-prigione erano le urla dei compagni, accompagnate dai rumori delle botte e dei taser".