Prima le avrebbero legato i polsi con delle fascette e gettato così tanta acqua in faccia che ha pensato di annegare. Poi, strappato i pantaloni, tirato giù la biancheria intima e un soldato l’avrebbe stuprata. A raccontarlo è l’australiana Juliet Lamont, una degli oltre 400 attivisti che hanno partecipato alla missione primaverile della Global Sumud Flotilla, fermata dalle Forze di difesa israeliane in acque internazionali a largo di Cipro gli scorsi 18 e 19 maggio, mentre tentava di raggiungere Gaza per rompere il blocco imposto dallo Stato ebraico nel 2007.
«Ho sentito come se mi avessero messo dentro una mano. Non era un fucile, ho saputo solo dopo che ad altre persone sono state inserite armi dentro il corpo. Io non penso che fosse un pene, stavano succedendo tante cose in quel momento. Ma sono stata stuprata vaginalmente da uno dei soldati uomini», spiega ancora Lamont a proposito di quanto sarebbe successo a bordo della nave prigione israeliana su cui è stata caricata dopo l’abbordaggio. Racconta che era buio, qualcuno le teneva la testa giù, aveva le mani legate dietro la schiena mentre altri la picchiavano, spingevano, schernivano, per questo non era facile capire cosa accadesse.






