Per tutta la sua breve vita ha cercato di dimostrare di non essere una "dumb blonde". Ma un’attrice formidabile, ironica, padrona di sé. E a un secolo dalla nascita è sempre più contemporaneaPer tutta la sua breve vita ha cercato di dimostrare di non essere una "dumb blonde". Ma un’attrice formidabile, ironica, padrona di sé. E a un secolo dalla nascita è sempre più contemporaneaOgni anno nell’Australia meridionale centinaia di Marilyn Monroe si riuniscono sulla spiaggia di Adelaide e si tuffano nell’Oceano per festeggiare la guarigione dal cancro. Sono alte, piccole, mature, morbide, adolescenti, magrissime. Ognuna diversa, ma tutte con un costume bianco allacciato dietro al collo, la parrucca platino e un neo sulla guancia. Per celebrare la vita, hanno scelto lei, la donna che tutte avrebbero voluto essere almeno per un giorno.Il raduno delle sosia di Marilyn ad AdelaideNorma Jean Mortenson Baker è nata il 2 giugno di cento anni fa ma nessuna come lei è rimasta nell’oggi. Come un’ossessione diffusa, un mito senza tempo, un presente che viene dal passato, le sue pose sono una citazione, la sua immagine una confidenza, i suoi abiti storia, il suo nome memoria. E ancora ci si chiede perché. Indagare sulla figura di questa donna complessa è stato l’esercizio di stile a cui si sono sottoposti in tanti, su di lei si stima che vengano pubblicati due libri e mezzo l’anno, i biopic abbondano, i documentari non si contano. E mentre continua a essere celebrata, lo sforzo comune è quello di dimostrare che quell’attrice ironica, fragile, complicata e bellissima non era una scatola vuota. Il fan club online di Monroe, Everlasting Star, ha utilizzato fotografie, interviste e un catalogo d'asta di Christie’s per stilare una lista di oltre 400 libri in suo possesso. Ma come ha fatto notare la biografa femminista Oline Eaton digitando su Google “lettura di Marilyn Monroe” vengono fuori 5.610.000 risultati di ricerca, a dimostrazione di quanto si sia radicata la percezione della stupida bionda, vulnerabile, gentile, affettuosa e terribilmente dolce, ma pur sempre una stupida che tutto avrebbe potuto fare tranne leggere sul serio.D’altronde la stessa Marilyn aveva combattuto a lungo per affermare se stessa oltre quelle curve immaginifiche, e consapevole del meccanismo in cui era stata incastrata, ha sempre cercato di ribellarsi al meglio delle sue capacità e del tempo in cui viveva.Era riuscita a lasciare Norma Jean e a rinascere Marilyn dopo un’adolescenza di abbandoni, famiglie affidatarie, violenza, povertà, difficoltà ad arrivare a sera e soprattutto a far tenere agli uomini che la circondavano le mani a posto, un posto qualsiasi ma che non fosse lei. Lasciò il suo primo marito, sposato a sedici anni perché non gradiva le sue foto di nudo, fu tra le prime a lamentarsi del gender pay gap di Hollywood, pretendendo di essere pagata come i suoi colleghi uomini. Amava il jazz e gli intellettuali, forse più dei giocatori di baseball impazziti di gelosia per quegli immortali centimetri di pelle esposti sotto il vestito bianco che vola col soffio d’aria calda. È già famosa quando si rifiuta di girare il film “The girl in pink tight” perché non le fanno visionare la sceneggiatura e il primo giorno di riprese non si presenta sul set. A 27 anni scrive un articolo dal titolo “I lupi che ho conosciuto” in cui denuncia i produttori da cui aveva subito veri e propri ricatti sessuali. «Aveva degli occhi scuri e penetranti che sembravano trapassarmi e cominciai a inventarmi delle scuse per andarmene. Alla fine gli dissi che se gli piacevano tanto le mie ossa, gli avrei fatto fare una radiografia, ma non la trovò divertente e si allontanò. Poco prima che me ne andassi mi disse che non gli piacevano le ragazze con il cervello, e io gli risposi che era il complimento più bello che avessi mai ricevuto».Cercava di tenere in mano le redini del suo lavoro, della sua vita, provava con la determinazione a gestire le fragilità che la dominavano. E voleva di più: più libertà di movimento, più sicurezza, più rispetto, più controllo. Quando raggiunse l’apice della fama abbandonò la Fox e fondò una casa di produzione sua, la Marilyn Production. Era la seconda donna nella storia statunitense a creare una casa di produzione, la prima a detenerne la maggioranza delle quote. Al suo ritorno fece inserire nel contratto le nuove condizioni: a lei la scelta del regista. Ma per molti suoi contemporanei, Monroe non era una proto femminista ma solo un’irritante contraddizione vivente, la pin up che voleva diamanti ma leggeva Dostoevskij. In Italia, i dialoghi dei suoi film vengono tradotti calcando la mano sulla dumb blonde e in “Facciamo l’amore” la protagonista Amanda anziché studiare per il diploma, deve ancora finire le elementari.Troppo ironica per essere vera, troppo bionda per essere comica, nel 1956, una giornalista trascorse settimane cercando di capire se le sue battute fulminati diventate celebri fossero davvero sue o frutto di un copione. Rispondere alla domanda «Cosa indossa quando va a letto?» con «Cinque gocce di Chanel» oppure “Aveva qualcosa durante il servizio fotografico nudo? Sì, Avevo la radio accesa». Non corrispondevano a quel che si vedeva, come se la percezione di Monroe non potesse andare oltre le due dimensioni.Invece la complessità le apparteneva, la rappresentava, ben oltre la sua immagine. Quel corpo del desiderio che non voleva abbronzare, per lasciare la pelle di luna illuminata da rossetto rosso fuoco da cui non si separava mai volentieri, lo gestiva come se ne fosse inconsapevole. Sapeva bene l’effetto che scatenava la sua sola presenza, se ne era accorta ben prima di diventare famosa quando alle prime pose riceveva più di mille lettere alla settimana. Ma il suo potere seduttivo non creava la distanza, anzi, la cancellava come se volesse comunicare al suo pubblico adorante che dietro quelle curve c’era altro, non solo un prodotto da consumare in fretta per poi passare a una nuova bionda della Hollywood di allora. Marilyn studiava con una meticolosità, era ambiziosa, determinata e le interessava crescere, progredire, imparare. Nelle migliaia di fotografie che le sono state scattate si coglie questa rara capacità di sembrare spontanea. Ogni scatto trasuda verità, si mostra sgualcita, in accappatoio, con la felpa, la spalla scoperta, un sorriso all’improvviso. Marilyn diventa amica della macchina fotografica, usa le foto non per mostrarsi ma per entrare nel mondo, diventando un piacere tangibile. E quando un giornalista le disse che era bella solo per gli abiti costosi lei fece una sessione fotografica indossando un sacco di patate.Come scrisse Dino Buzzati, «Piaceva sia agli uomini che alle donne: ai primi, per i deliziosi peccati che la sua bocca sapeva promettere e alle donne per quella meravigliosa tristezza, spontaneità, onestà fisica, che parevano escludere la menzogna e l’uragano». Non ha mai nascosto il dolore e questa sua sensibilità così contemporanea, così riconoscibile, l’ha anche resa una attrice comica formidabile. La sua recitazione istintiva, l’aria stupefatta, i sospiri imbarazzati e la voce suadente, ribaltano le battute e creano il personaggio, come la folle Sugar che suona l’ukulele in “A qualcuno piace caldo” e con aria indifferente dice «Non sono molto intelligente, credo» o quando tiene gli intimi in frigo in “Quando la moglie è in vacanza”, nasconde gli occhiali in “Come sposare un miliardario”, si stringe nel golfino con le trecce di “Facciamo l’amore”. Perché, come disse a Richard Meryman nell’ultima intervista fiume, «Un attore non è una macchina, per quanto vogliano dire che tu lo sei».Marilyn Monroe muore a 36 anni e l’ultimo atto è quel “Happy Birthday” sussurrato sotto i 2500 strass di un abito diventato icona. Aveva fatto l’amore con il presidente davanti a 40 milioni di americani, ed era entrata nella Storia per non uscirne mai più. Al suo funerale invece c’erano solo 23 persone. E Lee Strasberg, suo maestro di recitazione, nell’elogio funebre pronunciò le parole che ancora oggi vorremmo tributarle: «Nei nostri ricordi lei resta viva, non una mera ombra sullo schermo. Spero che la sua morte susciterà compassione e comprensione per l’artista e la donna sensibile che ha regalato gioia e piacere al mondo. Non posso dire addio. A Marilyn gli addii non piacevano, dirò au revoir».Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp