Una bambina con i capelli ricci, di un colore che, all’epoca, veniva definito «biondo californiano» e che, anni dopo, al primo ingresso nel mondo del cinema, fu giudicato inadatto per il grande schermo e trasformato nel biondo che conosciamo. Uno stato d’animo più che un colore. La cifra distintiva di una giovane donna che, con tutta le sue forze, aveva affidato a Hollywood il proprio riscatto. Marilyn Monroe è nata cento anni fa, il 1° giugno del 1926, dando inizio alla via crucis della piccola Norma Jean, un percorso doloroso di cui, per tutta l’esistenza, cercò di liberarsi. Inutilmente, fino alla morte, il 4 agosto del 1962 a Brentwood, in California: «Quando ero piccola, nessuno mi diceva che ero carina. Si dovrebbe dire a tutte le bimbe che sono carine, anche se non lo sono». Mille volte analizzata, raccontata, interpretata, la storia di Monroe inizia da un’infelicità radicata, legata alla nascita da figlia illegittima, come si diceva all’epoca, agli abbandoni, alle adozioni, alle case-famiglia, ma, soprattutto, a una lunga fase di molestie, subite e denunciate senza che nessuno ascoltasse e intervenisse: «Avevo quasi nove anni – racconta Monroe nelle riflessioni autobiografiche scritte con Ben Hecht, raccolte nel libro La mia storia (Donzelli editore) – vivevo in una famiglia che affittava una stanza a un uomo, si chiamava Kinnell. Era un uomo dall’aspetto severo, tutti lo rispettavano… stavo passando davanti alla sua stanza quando la porta si aprì e lui mi disse a bassa voce “per favore entra, Norma Jean”». Gli abusi durarono settimane e, come dice l’analista Anne Baring, intervistata nella prima parte del documentario Marilyn – C’era una volta Hollywood (in prima visione da lunedì su Sky) «una bambina che subisce quel genere di abusi sarà oppressa per tutta la vita da sensi di colpa, non riterrà responsabile chi l’ha abusata, ma se stessa, e quel senso di colpa rimarrà con la vittima per tutta la vita, se non trattato con la psicoterapia». La madre sola Gladys che, per reggere ai ritmi incessanti del lavoro, faceva uso smodato di benzedrine, si accorge delle violenze dopo mesi, nel dicembre del 1934, quando, tornata a casa in anticipo sugli orari abituali, coglie l’uomo in flagrante, lo aggredisce, lo denuncia, fa di tutto, ma anche quel tipo di reazione contribuisce a peggiorare la situazione perchè nessuno crederà neanche a lei. Esaurimento nervoso e ricovero in ospedale psichiatrico sono le conseguenze immediate, mentre, nella piccola Norma, la chimera del cinema si intreccia in modo sempre più stretto con il dolore dell’infanzia offesa e negata. Il padre mai visto acquista, nei sogni, le sembianze del divo Clark Gable, le attrici predilette sono prima Shirley Temple, poi Jean Harlow, Lana Turner, Jane Russel, Mae West, il disinteresse di tutti si trasforma nel disperato bisogno di farsi notare, usando il rossetto, mettendo, a scuola, in terza media, «maglioni aderenti con abbottonatura sulle spalle» che richiamavano l’attenzione dei ragazzi: «Il mio arrivo a scuola con le labbra truccate e le ciglia scurite, e ancora fasciata nel maglione magico, fece scoppiare un brusio generale. E non tutti i commenti furono amichevoli. Tutte le ragazze, non solo quelle di 13 anni, ma anche le più grandi, di 17 e 18 anni, divennero mie nemiche». L’equivoco Monroe inizia da lì, da quell’emarginazione forzata che continua a ripetersi, e costringe la ragazza a proiettarsi altrove, a darsi obiettivi difficili, a giocarsi tutto perché, se anche a Hollywood, le cose fossero andate male, allora davvero non ci sarebbe stato più nulla da tentare: «Dovevo arrivare. Ero programmata per questo. Nessuno avrebbe potuto impedirmelo».
Marilyn prima di Marilyn
Cent’anni fa nasceva Norma Jean, in un documentario su Sky l’infanzia di abusi “Essere un sex symbol è un peso, soprattutto quando ci si sente esaurita e ferit…











