Sono passati due mesi dalla vittoria del no al referendum. La maggioranza è entrata in uno stato confusionale, non trovando più la strada per proseguire il suo viaggio verso il peggio. Le minoranze però non sono riuscite ad affermarsi come alternativa di progresso. La ragione principale sta nel fatto che l’opposizione non riesce a scollarsi di dosso le colpe del passato. Non è facile tracciare delle linee di discontinuità per forze che hanno avuto grandi responsabilità.

Ma la storia più recente dovrebbe aver insegnato che solo un cambio di passo può interrompere il lungo regresso nel quale siamo piano piano scivolati e che ha consegnato il governo alla destra illiberale. Anzi, in gran parte del campo largo l’attenzione maggiore è ancora prestata alle politiche di continuità che vengono rilanciate, nel solco della tradizione che ci ha condotto sin qui, dalle cosiddette forze «riformiste», in realtà fondamentalmente conservatrici.

Due considerazioni dovrebbero invece convincere che oggi abbiamo bisogno di una forte discontinuità. La prima d’ordine storico, la seconda politica. In primo luogo, c’è da prendere atto della fine di un ciclo. La lunga stagione della democrazia maggioritaria aperta dal plebiscito del 1993, quando il popolo decise di abbandonare il sistema proporzionale ed abbracciare la filosofia della governabilità, è fallita. L’illusione da molti inseguita – alcuni certamente in buona fede – era quella di permettere al corpo elettorale, attraverso le elezioni, di indicare chi ci governa («restituire lo scettro al principe», secondo l’espressione retorica di allora). In tal modo, scriveva ad esempio l’ottimo Roberto Ruffilli, gli elettori si riavvicineranno alle istituzioni. È avvenuto esattamente il contrario.