Hanno vinto tutti. Ovviamente, non è così. Il minuetto di chi capitalizza schegge di voto per cantare vittoria non cancella il dato che questa tornata comunica in modo netto: l'effetto referendum è esaurito. Il centrosinistra si era illuso di mettere quel successo in cassaforte, volano sicuro verso le Politiche. Non funziona così. Quel voto – il No alla riforma della giustizia – non è commisurabile con le logiche delle urne comunali. La partecipazione, pur simile in percentuale, ha una fisionomia diversa. Due milioni di senza partito, soprattutto giovani, erano entrati in cabina per canalizzare sul quesito un dissenso più largo e diffuso: avevano difeso l'intangibilità della Costituzione contro chi, tagliando con l'accetta, da quella Costituzione discende in linea ostile. Una protesta generazionale, trasversale, non un'adesione di campo. A infiammare il clima aveva contribuito l'inerzia del governo su Israele, schermata dalla soggiacenza a Trump. Quella sudditanza ha avuto un costo politico. E ha prodotto un giudizio di midterm netto. Non a caso ha innescato una clamorosa marcia indietro praticamente su tutto. Della riforma della giustizia, dei suoi nodi veri, del funzionamento della macchina, non si parla più. Rivelando che l’intenzione, mancata, era unicamente quella di dare una strigliata ai giudici. Le commemorazioni recenti delle stragi del 1992 si sono svolte all'insegna della legalità – che è cosa diversa dalla giustizia, talvolta distante, qualche volta perfino contrapposta.Con Trump, la relazione è diventata tiepida: non più affettuosa, ancora amichevole, ma senza intensità. Liquida. Anche per non condividere il disastro iraniano – quella sequela di minacce roboanti – ti attacco, ti distruggo, ti mollo – che fa somigliare il presidente a un bullo suonato di commedia all'italiana. Su Israele il governo dormiva sonni tranquilli. La Russa e Piantedosi, alla vigilia della seconda Flottiglia, ironizzavano sulle torture. Per il resto, silenzio compiacente. Poi Ben Gvir ha pensato bene di schernire anche gli italiani, trattati alla stregua di ostaggi: botte, violenze, fascette numerate ai polsi. E il ministro dell’ultradestra israeliana ha regalato la possibilità di una reazione unanime – e per questo sospetta. Perché si è concentrata unicamente sulla sua persona, non sul governo intero che quelle scelte avalla, subisce, comunque si intesta.Il voto amministrativo non poteva intercettare nulla di tutto questo. Ha logiche sue: la capacità di governare una città, la quota inevitabile di clientela, il radicamento sul territorio. Liquidarlo come marginale sarebbe miope. Gli errori si leggono. Venezia insegna: imporre un uomo d'apparato contro un amministratore radicato in un territorio idealmente lontano dall'élite lagunare ha un costo che si paga. Bisognerà ricordarsene quando si tratterà delle liste, con questa e, tanto più, con la prossima legge elettorale. La selezione di una classe dirigente all'altezza è problema enorme per il centrodestra, ma non meno per gli sfidanti – a cominciare da chi vorrebbe affidare la scelta della leadership alla lotteria delle primarie, incapaci di ridurre a sintesi quella che dovrebbe essere un'alleanza. In entrambi i casi, la crisi è di rappresentanza prima che di tattica.Restano gli elefanti nella stanza. I trionfi senza insegne di Crisafulli a Enna e di De Luca a Salerno dicono una sola cosa: i cacicchi o li asfalti o ti asfaltano. Con tutto il peso di una leadership che si misura in un unico luogo: la cabina elettorale. Il limbo, invece, non è mai un buon posto per la politica.
Per un leader restare nel limbo non è redditizio
L’effetto referendum si è esaurito e sarebbe miope non comprenderne le ragioni in vista delle Politiche










