Un referendum non fa primavera. E se si può trarre una indicazione politica da una (mini) tornata amministrativa, si può dire che il test elettorale ha smentito la tesi secondo cui la bocciatura nelle urne della riforma sulla giustizia — voluta dal centrodestra — avesse già aperto la strada verso palazzo Chigi al centrosinistra. La verità è che un voto referendario quasi mai sopravvive alle sfide per il governo nazionale e per quelli locali. Dove subentrano altre valutazioni: sui candidati, sulle coalizioni e sui programmi. Aver accreditato l’idea che il 23 marzo fosse cambiato il vento è stato un errore mediatico (e perciò politico) delle forze di opposizione. E ieri l’effetto boomerang ha avvantaggiato i partiti di maggioranza, che apparivano condannati alla sconfitta. Non è andata così, anzi. Da Nord a Sud, da Venezia fino a Reggio Calabria, il centrodestra dà prova di vitalità in una competizione che di solito è terreno favorevole al centrosinistra. D’altronde i dati amministrativi confermano le proiezioni nazionali, dando la rappresentazione del testa a testa tra i due blocchi. È un risultato che finisce per spegnere le pulsioni di quanti — nella maggioranza come nell’opposizione — vorrebbero anticipare le elezioni.
I segnali di un voto
Una tornata elettorale contro illusioni e alibi. Il referendum aveva fatto credere che la partita fosse già chiusa







