Nessun passo indietro. Il primo tavolo al ministero delle Imprese sulla crisi Electrolux si è chiuso senza alcuna apertura da parte della multinazionale svedese riguardo al ritiro dei 1.719 esuberi annunciati l’11 maggio. Il ministro Adolfo Urso ha deciso di aggiornare l’incontro al 15 giugno. Dal governo a sindacati ed enti locali coinvolti il messaggio recapitato al gruppo è stato unanime: quel piano va ritirato e sostituito con una proposta industriale alternativa. Ma i manager presenti all’incontro hanno difeso la necessità della ristrutturazione sostenendo che anche se “l’Italia rimane un Paese strategico“, produrre elettrodomestici in Europa è diventato economicamente “insostenibile” tra domanda stagnante, pressione sui prezzi e svantaggi strutturali di costo. Il rischio è che tra tre settimane si vada alla rottura.

Sul tavolo l’azienda ha messo numeri che fotografano il differenziale competitivo rispetto ai Paesi extraeuropei: il costo dell’acciaio in Europa superiore del 31% rispetto alla Cina e del 27% rispetto alla Thailandia, il costo orario del lavoro nell’Europa occidentale di 37 euro contro i 12 dell’Europa orientale, i 9 della Turchia e i 5 dell’Asia e il prezzo dell’energia che arriva a 204 euro per megawattora contro i 114 dell’Asia e i 77 della Turchia. Di qui, secondo il gruppo, la necessità del ridimensionamento della presenza in Italia, con esuberi pari al 40% dei 4.500 dipendenti della Penisola. I tagli previsti riguardano tutti gli stabilimenti: a Susegana gli occupati passerebbero da 728 a 418, con 310 esuberi, a Porcia da 571 a 309, con 262 posti a rischio, a Solaro da 615 a 398, con 217 esuberi, a Forlì da 683 a 345, con 338 tagli. Per lo stabilimento Cerreto d’Esi, nelle Marche, è prevista invece la chiusura completa con l’uscita di tutti i 170 dipendenti. Ai 1.719 esuberi annunciati – di cui 994 operai e 725 dipendenti di staff – si aggiungono inoltre oltre 200 lavoratori a termine che, secondo i sindacati, non verrebbero confermati.