Il 2 giugno 1946 è una giornata di cielo sereno e sole caldo in tutta l’Italia del Centro-Sud e del Nord-Est: su Lombardia e Piemonte, invece, nuvole e a Torino scrosci di pioggia. L’affluenza alle urne, però, non cambia, anzi, aumenta: 89,9% di votanti come dato nazionale, 90,5% in Piemonte e a Torino il 91,12%. E’ la festa della democrazia, uomini e donne di ogni età in fila perché, per la prima volta dopo vent’anni, vengono chiamati a “decidere”. In quelle code c’è tutto: l’orgoglio di essere protagonisti, il gusto della libertà dopo le fatiche del regime e della guerra, la forza della dimensione collettiva (tutti cittadini, tutti uguali); per le donne c’è in più l’emozione di essere chiamate per la prima volta nella storia italiana ad esprimersi nelle urne in pari dignità con gli uomini. Tutti vivono il voto come conquista di un diritto e, insieme, come dovere di esercitarlo: nell’archivio comunale di Moretta (Cuneo), ad esempio, ci sono alcune lettere di cittadini infermi che giustificano la loro impossibilità di partecipare al voto allegando certificato medico. Il Piemonte è un punto interrogativo A livello nazionale, gli esperti pensano che sarà un referendum senza storia, con una vittoria travolgente della repubblica, per la quale si sono espresse tutte le direzioni dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale (ad eccezione dei liberali). Il Piemonte è un punto interrogativo per due ragioni: da un lato, è la culla della dinastia sabauda, la regione di riferimento del moto risorgimentale, la terra dove la famiglia reale continua a trascorrere periodi di vacanza nei castelli di Racconigi, di Valcasotto, di Sarre; dall’altro alto è la regione dove si è concentrata la resistenza partigiana più organizzata e combattiva, con una maggioranza di formazioni garibaldine, azioniste e Matteotti convintamente repubblicane. La Regina Maria José confida il timore che «la monarchia non raggiunga neppure il 15%» e che la famiglia Savoia venga emarginata da tutti i salotti aristocratici europei. La sorpresa dello spoglio I risultati del voto non corrispondono alle aspettative: la Repubblica vince, ma con il 54% dei voti, raccolti per lo più nelle regioni centrosettentrionali; la Monarchia si ferma al 46%, con le regioni del Mezzogiorno (quelle che non hanno conosciuto l’occupazione tedesca e i venti mesi di guerra civile) ancorate alla suggestione della regalità. Il Piemonte vota repubblicano, ma tra le regioni del Centro Nord presenta il risultato meno netto: 57% contro 43% (in Trentino la repubblica è all’85%, in Emilia Romagna al 77%, in Toscana al 71%). Nei capoluoghi di provincia, lo scarto è più netto: Alessandria è repubblicana al 69%, Novara al 63%, Torino al 61%, ma nelle campagne e nei piccoli centri spesso prevale la monarchia. In alcuni casi, come Racconigi, è un voto legato alla presenza della Reggia e ad un’economia ad essa in parte legata; in altri è un voto suggerito dal fascino dell’idea di “sovrano”, dalle tante fiabe di principi azzurri e principesse penetrati nell’immaginario collettivo popolare; in altri ancora è la simpatia per il principe Umberto, diventato da poche settimane il Re Umberto II, figura piena di distinzione e di misura, che in giovinezza ha affascinato per la bellezza del portamento e in età matura per il tratto discreto. Le divisioni e la forza del Paese In ogni caso, il voto piemontese riflette insieme le divisioni e la forza del Paese: divisioni, perché il referendum istituzionale è una scelta immediata e con la sua nettezza accende gli schieramenti assai più del voto politico alla Costituente; forza, perché l’intensità della partecipazione e l’ordine dello svolgimento rivelano una maturità civile insospettata dopo vent’anni di fascismo. In questo volume, le vicende del voto piemontese sono inserite nel contesto della situazione italiana non solo per ciò che riguarda i risultati, ma soprattutto per quel che accade nei giorni immediatamente successivi, con le difficoltà di conteggio, le accuse di brogli, le esitazioni del Re ad accettare il verdetto, le manifestazioni drammatiche dei filomonarchici a Napoli: è una pagina poco nota della storia nazionale, ma vale la pena rileggerla in questi giorni in cui si celebrano gli 80 anni della Repubblica. Il libro «1946: il 2 giugno in Piemonte» di Gianni Oliva (Capricorno) è in edicola con La Stampa dal 26 maggio a 10,99 euro.
Quell’estate di 80 anni fa l’alba della democrazia
Il 2 giugno 1946 il Piemonte sceglie la Repubblica, ma nelle campagne prevale il voto monarchico. È la fotografia di una regione divisa tra i Savoia e la Resis…













