di
Ambrogio Sanelli
Ottant'anni fa il referendum, con la monarchia preferita dal 50, 75% degli elettori: la differenza tra la pianura e le valli, il ruolo della Chiesa e delle donne
Il voto al referendum del 2 giugno 1946 restituiva un’Italia spaccata in due: il Sud e le Isole avevano scelto la Monarchia, il Nord e il Centro la Repubblica. Una frattura quasi perfetta. Tra le eccezioni, nel cuore della Lombardia, una sola provincia scelse il Re: Bergamo, con il 50,75% dei voti. Un margine sottile, sufficiente a renderla un unicum in tutta la regione, ma anche a rivelare il peso delle differenze che attraversavano il territorio.
La monarchia forte nelle valliTra i comuni con più di mille elettori, quelli montani e collinari registrarono vantaggi monarchici anche superiori ai venti punti percentuali. Ardesio sfiorò il 91% dei voti per il Re. Nella Bassa, invece, il quadro era quasi capovolto: Caravaggio superò il 60% per la Repubblica, Treviglio il 57% e Romano di Lombardia il 64%. «La montagna aveva — e ha ancora — un forte senso di identità», osserva Gianluigi Della Valentina, professore in pensione dell’Università di Bergamo e collaboratore del Museo delle Storie. «Un’identità che la spingeva verso orientamenti più conservatori». La pianura, al contrario, aveva conosciuto dinamiche socioeconomiche diverse, più aperte al cambiamento. «In termini numerici, però, montagna e collina erano preponderanti». E il risultato complessivo ne portava il segno.












