Ok i bilanci, ma servono i big
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I dati Abi sulla provincia: tra il 2015 e il 2025 il peggior saldo regionale con un meno 3,8% di residenti. Fisac-Cgil: "Le famiglie ferraresi continuano ad accumulare liquidità ma quella ricchezza resta immobile".
La nostra provincia ha l’indice di vecchiaia più alto della regione — 289 anziani ogni 100 giovani — e un mercato del lavoro dove, per ogni 100 ragazzi pronti a entrare in azienda, ci sono quasi 188 persone vicine alla pensione. Intanto crescono i risparmi sui conti correnti, ma calano i prestiti alle imprese e spariscono gli sportelli bancari. È dentro questi numeri che si nasconde una delle questioni più delicate per il futuro del territorio estense: la transizione demografica. Il Quaderno ABI ’Evoluzione demografica e servizi bancari’, pubblicato a maggio 2026, fotografa un’Italia destinata a cambiare pelle nei prossimi decenni. La popolazione nazionale, oggi pari a 59 milioni di persone, potrebbe scendere a 45,8 milioni entro il 2080. Una riduzione del 22% che — secondo l’analisi — rischia di produrre effetti diretti su crescita economica, welfare, sistema pensionistico, lavoro e credito. Ma è Ferrara, secondo la lettura proposta dalla Fisac-Cgil provinciale guidata da Samuel Paganini, a rappresentare una sorta di laboratorio anticipato di quello che potrebbe accadere nel resto del Paese. Tra il 2015 e il 2025 la provincia ha registrato il peggior saldo demografico dell’Emilia-Romagna, con un calo del 3,8% dei residenti. E le prospettive restano negative. Secondo le proiezioni richiamate dal sindacato, Ferrara sarà l’unica provincia della regione a perdere ancora popolazione entro il 2042, con un ulteriore -5,4%. Il problema, però, non riguarda soltanto il numero complessivo degli abitanti. A pesare è soprattutto la struttura anagrafica della popolazione. La provincia estense detiene infatti il record regionale dell’indice di vecchiaia: 289 over 65 ogni 100 under 14, contro una media regionale di 212. Ancora più significativo il dato sul ricambio generazionale nel lavoro: per ogni 100 giovani che si affacciano al mercato occupazionale ci sono 187,5 persone prossime all’uscita dal mondo produttivo. Una dinamica che si intreccia perfettamente con l’allarme lanciato dal rapporto ABI su larga scala. Lo studio evidenzia infatti come il vero nodo sia la contrazione della popolazione in età lavorativa. Meno occupati significa meno consumi, meno investimenti e meno capacità di sostenere il welfare. Non a caso, nello scenario di "invarianza demografica", ABI stima per l’Italia una perdita di Pil superiore al 18% entro il 2050 e oltre il 33% entro il 2080. Secondo la Fisac, Ferrara mostra già oggi alcuni segnali tipici di questa "decrescita strutturale". Il più evidente riguarda il rapporto fra risparmio e credito. Le famiglie ferraresi continuano ad accumulare liquidità: a fine 2025 i depositi superano i 7,2 miliardi di euro, cifra che sfiora i 10 miliardi considerando anche le imprese. Ma quella ricchezza resta sostanzialmente immobile. Parallelamente il credito arretra. Ferrara registra il peggior dato regionale sui prestiti alle imprese: -3,9% rispetto al 2024, contro il -0,4% dell’Emilia-Romagna e il +0,7% nazionale. Nel manifatturiero i finanziamenti scendono del 6%, nelle costruzioni del 4,3%, nei servizi dell’1,5%. È il paradosso di un territorio che risparmia ma investe sempre meno. E dove anche il sistema bancario cambia volto. In dieci anni gli sportelli sono passati da 214 a 128, mentre i dipendenti del comparto si sono praticamente dimezzati. Una desertificazione bancaria che, secondo il sindacato, rischia di colpire soprattutto anziani e aree periferiche, aggravando fragilità sociali e isolamento territoriale. Il sindacato insiste sulla necessità di politiche mirate: incentivi alle startup innovative, prestiti d’onore per formazione e specializzazioni, maggiore accesso alla casa per i giovani laureati, rafforzamento degli asili nido pubblici.








