Abinash Bikram Shah si definisce prima che un regista uno scrittore e uno sceneggiatore, il cinema anche per lui come per tanti altri a Katmandu, dove vive, era quello di Bollywood, finché non ha scoperto i film di Hou Hsiao Hsien, un passaggio come dice «fondamentale». Di lì ha cominciato a guardare a un cinema indipendente, che mette insieme il budget con fatica senza aiuti governativi. Il corto Lori (2022) ha avuto una menzione speciale nel concorso cortometraggi al Festival di Cannes, e con Elephants in the Fog ha vinto ieri il premio speciale della Giuria di Un Certain Regard.

Un risultato importante per un’opera prima che parla di violenza di genere, discriminazione, patriarcato nella società nepalese – ma che potrebbe essere anche in altri luoghi del nostro mondo. «Spero ora di mostrarlo in Nepal, il soggetto è importante e vorrei che lo vedessero in tanti e anche per questo rispetto al solito ho scelto uno stile più accessibile» spiega Abinash Bikram Shah che fra i suoi riferimenti cita anche Nan Goldin.

Protagonista è un gruppo di donne trans della comunità religiosa Kinnar, devota a una dea legata al femminile, alla fertilità, al matriarcato. Le donne Kinnar cantano ai matrimoni, vengono chiamate per le benedizioni, il loro potere divino è riconosciuto, nel villaggio partecipano agli avvistamenti degli elefanti, anch’essi animali sacri e simboli di un matriarcato ma al tempo stesso temuti dagli abitanti per la loro forza distruttrice.