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Paolo Salom

Ambientato nella Kabul a pochi giorni dal ritorno dei talebani, il film gira intorno a Naru, operatrice trentenne di una tv indipendente

Un bacio ripetuto, profondo, quasi le labbra non riuscissero a staccarsi le une dalle altre. Gli occhi lucidi, la tristezza di chi sa che non si vedrà più. L’amore manifesto tra gli spintoni e le urla di una folla di disperati pronti a tutto pur di fuggire da Kabul, imbarcandosi sull’ultimo aereo disponibile mentre i talebani già spadroneggiano lungo i viali polverosi della capitale afghana.È la scena conclusiva (ma non vi raccontiamo altro per non guastarvi la visione) di No Good Men, l’ultimo film girato e interpretato da Sharbanoo Sadat, giovane regista afghana anche lei emigrata dal suo Paese prima che fosse troppo tardi e approdata in Germania dove è giunta ormai al suo quarto lungometraggio.

E No Good Men — a dispetto del titolo — film maturo, espressivo e malinconico, contiene tutto il coraggio che un’artista (donna) è stata capace di esprimere fin qui. Definita prima commedia romantica afghana, ha infranto muri e tabù che in quella parte del mondo continuano a governare la vita delle persone: niente scene di affettività esplicita tra uomini e donne, niente riferimenti al sesso. «Non avrei dovuto essere io la protagonista — ci dice Sharbanoo Sadat al termine dell’anteprima milanese all’Anteo —. Ma nessuna attrice afghana che ho contattato si è detta disponibile, a meno di non tagliare la scena del bacio. Ma io non potevo accettare di auto censurarmi proprio ora che vivo la mia vita in libertà. Così mi sono improvvisata interprete. E mi è piaciuto».