Vive in Germania da cinque anni da rifugiata, ma con il cuore e la testa non ha mai lasciato il suo Paese, dove non può più tornare. Per questo la regista e attrice afghana Shahrbanoo Sadat sceglie di raccontarlo in un film insieme politico e romantico, tragico e comico, che ha aperto la Berlinale: “No Good Men”. Racconta la storia di Naru, l’unica donna videoreporter afghana che sfida i pregiudizi di una società patriarcale, lottando non solo per tenersi il lavoro, ma anche per la custodia del figlio in un mondo dominato dagli uomini. Incontrerà Qodrat, giornalista coraggioso e colpito dal suo talento che grazie a lei cambierà prospettiva e la aiuterà fino alla fine, segnata dal ritorno dei talebani.Partiamo dal titolo: ci sono uomini buoni in Afghanistan?«Dieci anni fa avrei risposto come Naru nel film, no. Le cose stanno cambiando e ovviamente ce ne sono, ma sono pochi e devono farsi sentire. Il dramma della società patriarcale non affligge solo l’Afghanistan, è un tipo di educazione che minaccia tutti nel mondo, uomini e donne».Non ne fa una questione di genere, ma di cultura.«Conosco tante donne più maschiliste di certi uomini, non è colpa loro, ma del sistema in cui crescono, di una società dominata nella maggior parte dei casi e dei Paesi dagli uomini. Si arriva poi a Paesi come l’Afghanistan in cui la prospettiva delle donne è assente, invisibile, inascoltata. Se sei donna in Afghanistan sei considerata come un animale, come un cane. L’uomo può addestrarti e trattarti come tale. D’altra parte è anche difficile per gli uomini riuscire a sviluppare un pensiero critico per capirlo, per essere consapevoli di tutti i secolari privilegi di cui hanno goduto per il solo diritto di nascita. Per questo ho voluto fare un film sulla difficoltà di essere “uomini buoni” in certe società, in cui da uomo rischi addirittura di essere preso di mira dagli altri se ti comporti bene».Lei è fuori dall’Afghanistan da anni, com’è oggi la situazione?«Peggiorata, a causa del regime talebano terrorista limitazioni e divieti sono aumentati a dismisura per tutti, le donne come al solito sono più fragili e pagano il prezzo più alto, vengono eliminate socialmente. È ridicolo, ogni giorno fanno leggi a cui non si può non trasgredire».Sente pressioni nel raccontare questo?«Molte, essendo tra i pochissimi registi afghani che riescono a lavorare a livello internazionale. Si aspettano che sia una brava pr dell’Afghanistan, che dica solo cose belle sul mio Paese, che intanto è in guerra da quasi cinquant’anni. Io vengo vista male doppiamente, da un lato perché parlo male del mio Paese, dall’altro perché sono privilegiata essendo una donna libera, istruita, che non vive più in Afghanistan. Mi arrivano via social messaggi di odio, se non proprio di aggressione sessuale».Si sente in pericolo?«Cerco di non pensarci. So già cosa pensano di me, solo perché sono donna. Ma io ci tengo a raccontare la verità, vale la pena rischiare. Non sono l’eroina del cinema politico, mi basta essere libera di raccontare le mie storie. Ma data la cultura da cui provengo è ovvio che devo parlare di patriarcato, discriminazione, religione, potere, anche quando da artista voglio sperimentare una commedia romantica».“No Good Men” è una commedia romantica tra due outsider che sfidano la società.«Hanno il coraggio di andare contro l’opinione comune. Di cercare la verità. Non è solo un film su una donna discriminata, ma su tutte quelle persone che provano a reagire. All’inizio volevo fare un film femminista. Tredici stesure della sceneggiatura dopo è venuto un film sulle persone perbene che ogni giorno, in mezzo alla guerra, cercano momenti di pace, di fuga, persino d’ironia. Sa che in Afghanistan, Paese di suicidi kamikaze, siamo pieni di barzellette al riguardo? Non si può vivere in guerra 24 ore al giorno».Com’è riuscita a lasciare l’Afghanistan?«Sono stata evacuata dall’esercito militare. Dopo 72 ore in aeroporto siamo finiti su un aereo militare per Abu Dhabi, da lì a Parigi per tre settimane, poi sono venuta in Germania da mia sorella».Quando ha sentito l’urgenza di raccontare la sua storia?«Sono stata anche io manipolata da bambina. Siamo sette persone in famiglia, mio padre era il capo, l’unico che lavorava, portava il pane e decideva tutto. Mia sorella, di quattro anni più grande di me, è la prima femminista che ho conosciuto e lo è diventata senza neanche sapere cosa fosse il femminismo. Ha messo in discussione la famiglia, lottato contro mio padre, è stata l’unica a farlo (ho tre sorelle e un fratello), e le devo molto, mi ha aperto gli occhi. Da lì ho dovuto lavorare tanto su me stessa, per capire che non ero sbagliata o rotta, che ciò che mi era capitato aveva un nome: discriminazione, sessismo. Il processo di comprensione è avvenuto facendo film. Ogni film per me è una terapia di lusso».Difficile autodirigersi?«Naru nasce dalle mie esperienze, non ho trovato difficile né interpretarla né raccontarla. Recitare dà un forte legame con gli attori, si sta insieme nella stessa battaglia».Cosa pensa oggi suo padre del suo lavoro?«Se ne vergogna molto, ma va bene così. Ringrazio il cinema per avermi fatto calare nelle prospettive altrui, placare la rabbia verso mio padre e verso mia madre: l’accusavo di non aver fatto nulla per cambiare le cose, ha fatto il meglio che ha potuto».Il cinema lei lo ha conosciuto tardi.«Non ero mai entrata in un cinema fino a 21 anni, quando sono arrivata a Parigi per la prima volta. In Afghanistan vivevo in un villaggio in mezzo al nulla, a Kabul i cinema non c’erano. Non ho mai potuto fare scuole di cinema. Non ho un curriculum da regista modello. E va bene così».
Kabul, amori che sfidano il regime: arriva al cinema “No Good Men”
Un’operatrice tv, in un mondo di maschi. E una denuncia amara e dissacrante della cultura sessista e patriarcale dell’Afghanistan







