Il 2021 è stato un anno cruento e cruciale per Kabul. Sotto lo sguardo del mondo intero, l’Afghanistan precipitava inesorabilmente nell’abisso. Sono ancora nella memoria le immagini degli aerei assaltati, delle ambasciate evacuate; ma in particolare si ricorda l’assenza delle donne, sparite improvvisamente dalle strade, diventate simbolo della fine di quella illusione che riconosceva l’Afghanistan come un Paese entrato ormai nella contemporaneità.
No Good Men di Shahrbanoo Sadat (dal 28 maggio in sala) svela, però, l’ipocrisia di ciò che abbiamo sempre saputo. Rifiuta la nostalgia occidentale per quel patriarcato travestito da finta democrazia. Infatti, la regista, ci mostra un Paese profondamente patriarcale, anche se nessuno lo ammetteva, ancora prima del fatidico agosto 2021.
Il film racconta gli ultimi giorni prima del ritorno dei talebani a Kabul. Naru, operatrice di camera di una televisione locale, cerca in tutti i modi di difendere la propria libertà professionale e privata in una società dominata dagli uomini. Un incontro però cambierà la sua visione del mondo. Il giornalista Qodrat incrina il suo cinismo e, mentre lei si apre alla vita, il Paese crolla.
Il film, nonostante affronti temi politici e universali, è una commedia romantica contaminata dalla tragedia storica. Si discosta di molto dalla narrazione occidentale che ha raccontato l’Afghanistan soltanto attraverso la guerra, il terrorismo, la distruzione e il dolore. Ad emergere, qui, sono le battute, gli imbarazzi, i flirt, i silenzi, i piccoli gesti quotidiani, e anche, perché no, il desiderio. E una scelta è ben azzeccata, questa, perché gli esseri umani hanno la capacità di vivere, forse anche più intensamente e ostinatamente, proprio mentre intorno si consuma il disastro.








