Da Madrid a Londra, da una dichiarazione firmata a quaranta mani fino alle mense universitarie francesi, questa settimana il cibo ha fatto una cosa sola: cambiare nome. Scatolette, lattine, neologismi, firme istituzionali, tariffe ridisegnate. In ogni caso il prodotto è rimasto più o meno lo stesso – ma il modo di chiamarlo ha spostato tutto: il prezzo, il significato, il destinatario.

El País racconta l’ultima micro-tendenza di Instagram e TikTok: le snack tins, minuscole scatole metalliche riempite con mandorle, frutta secca, cioccolato fondente. Il gesto è apparentemente innocuo – uno spuntino portatile, curato, sottratto alla fretta e al senso di colpa. Ma i nutrizionisti e gli psicologi avvertono che il problema non è il contenuto della scatoletta, spesso nutrizionalmente sensato, bensì il messaggio implicito: educare fame e sazietà a rientrare sempre in uno spazio minimo. Il rituale rischia di trasformarsi in controllo estetizzato. La domanda non è se sia sano portarsi sei mandorle e un dattero, ma perché sentiamo ancora il bisogno di rendere presentabile anche la fame.

Se lo spuntino si ripresenta in una scatoletta nuova, il sapore fa lo stesso con le parole. The Times individua i nuovi portmanteau del gusto britannico: fricy – fusione di fruity e spicy, swavour – sweet e savory insieme. Non sono sapori inediti: il mango col peperoncino esiste in Messico da sempre, il chutney agrodolce è un classico indiano. Ma l’industria alimentare ha bisogno di parole nuove per vendere sugli scaffali di casa ciò che altrove è tradizione. L’hot honey è ormai ubiquo, il peperoncino si declina dai relish ai gelati. Il tajín messicano e lo yuzu kosho giapponese sono arrivati nei supermercati solo quando qualcuno ha inventato una parola di cinque lettere per contenerli.