Sul buffet in sala c’è un cabaret pieno di canapé, e sul guéridon c’è un plateau di crudités. È un esempio un po’ estremo, ma racconta come il francese abbia permeato di sé il linguaggio di chi cucina (e di chi mangia) per decenni. Alcune di queste parole sono ancora in uso, magari anche solo parzialmente: buffet non viene quasi più usato per indicare un mobile, ma sicuramente ha ancora impiego nell’accezione di vivande disposte per un pranzo in piedi. Probabilmente oggi diremmo finger food e di certo non condiremmo i piccoli sandwich con la mayonnaise, anzi, il ketchup sarebbe una soluzione ideale per insaporire dei mini buns. Perché là dove il francese cede il campo, l’inglese si fa avanti.

I ricettari “delle nonne” erano pieni di francesismi. Mirepoix, roux, aspic, cloche, vol-au-vent, consommé, velouté,vinaigrette, court bouillon, brunoise, chinois, mise en place, julienne, chiffonnade, concassé, suprême, tournedos, pot-au-feu, potage, bisque, mousse, quenelle, quiche, Tatin, Savarin, charlotte, choux, éclair: termini, rigorosamente in ordine sparso, familiari a chiunque abbia mai letto una ricetta un po’ rétro (e l’aggettivo non è scelto a caso). L’uomo qualunque che entra in un ristorante di lusso e si sente snocciolare nomi francesi che non capisce o finge di capire è una macchietta, un tema ricorrente di scene di film e cartoni animati. Ma oggi quell’uomo potrebbe trovarsi ad avere a che fare con parole inglesi: così gli amuse-bouche vengono sostituiti dagli appetizer, gli hors-d’œuvre dagli starter, mentre i piatti fait maison diventano homemade (dire fatto in casa ci sembra troppo provinciale). E in cucina al posto dello chef de cuisine si trova l’executive e invece dello chef patissier si trova il pastry chef. Nessuno dice più restaurant, mentre tra i negozi ecco farsi largo la bakery, e i locali gourmet devono giocarsela con quelli fine dining.