A Milano, la vicenda è fresca, rimbalza inarrestabile il passaparola su un ristorante (ammesso che la definizione calzi) dove si propone un’unica pietanza con un unico condimento. Code indicibili, servizio preciso e rapido, prezzi che l’urbe definisce cum gaudio popolari senza afferrare che se il piatto è uno soltanto (economia di scala) quel prezzo popolare non è. Milano rivendica il luccichio dell’iniziativa con orgoglio, il “one -dish restaurant” la fa sentire più internazionale di quanto a sproposito già si percepisca. Non è meritorio né fi go, è un ulteriore segno dei tragici tempi che corrono: Milano ridotta ad aggregato di stereotipi, a moltitudine di fessi che si ritengono avanguardia senza decifrare la realtà (ovvero la burla è così ben congegnata da risultare status, rivendicazione per allocco elitario). Proprio come accadde a Londra, prima a New York e come di pari passo accade a Berlino: la città internazionale è la città dei turlupinati.

Tornando al ristorante in questione, bravissimi loro. Tanto che il sottoscritto, pur disincantato e ininfluente, vuole testare quel “one dish” a prezzi non popolari. Il punto è che il successo del caso in specie mi fa rosicare. Nato, cresciuto, vissuto e assuefatto a Milano, in tempi non sospetti- una di quelle fasi in cui si ritiene che tutto finirà male e dunque serve un piano B -, discorrendo con la mia controparte sostenni di avere un’idea: quando cadremo in disgrazia si apre un bugigattolo che cucina esclusivamente bigoli in salsa. Il bigolo in salsa come fast-food. La controparte ammise che l’idea del singolo piatto aveva i crismi dell’idiozia funzionale, ma aggiunse che il bigolo in salsa era una boiata. Rilanciò con le lasagne, classica e variante veggie. In quell’istante pensai di aver sbagliato tutto nella vita (con lei), poi archiviai il tormento.