Quando prenotiamo un tavolo, la nostra mente corre subito alla cottura della carne, alla competenza del sommelier o alla temperatura della cantina. Eppure, tra noi e il cibo esiste un mediatore silenzioso che spesso diamo per scontato: la posata. Cosa pensereste se davanti a una zuppa trovaste solo forchetta e coltello? L’imbarazzo non sarebbe solo formale, ma funzionale: il piacere sarebbe interrotto. Questo perché dietro l’argenteria non c’è solo il galateo, ma una narrazione fatta di ricerca e, soprattutto, identità.

Il peso della memoria, l’oro di Italo Bassi

Prendiamo la promenade di Porto Cervo. Al ristorante Confusion lo chef patron Italo Bassi non si limita a servire piatti stellati; mette in scena la sua vita. Le sue posate dorate con ricami floreali non sono semplice ostentazione, ma richiamano la tecnica del maki-e, l’arte giapponese che impreziosiva gli oggetti di samurai e nobili. Se per un cameriere quelle decorazioni sono un incubo da lucidare, per lo chef sono il ricordo degli studi a Tokyo riportati al presente in Sardegna. Qui, la forchetta non serve solo a infilzare, ma a rendere il gesto più controllato, preparando il palato a un’esperienza cerimoniale.

Il silenzio del legno, la sottrazione di IYO