C’è un numero che dovrebbe far riflettere chiunque lavori nel settore dell’enogastronomia italiana, e che invece circola poco nel dibattito quotidiano: centoventi miliardi di euro. È il valore annuo stimato dell’Italian sounding, ovvero di tutti quei prodotti che nel mondo evocano l’italianità attraverso nomi, immagini e grafiche senza avere alcun legame reale con l’Italia. Per capire la proporzione: le esportazioni agroalimentari italiane autentiche hanno raggiunto nel 2024 il record di sessantotto miliardi di euro. Significa che per ogni euro di prodotto italiano vero venduto nel mondo, ce ne sono quasi due di imitazione. Due prodotti su tre percepiti come «italiani» all’estero non hanno nessun legame produttivo o occupazionale con l’Italia. Il «Parmesan» del Wisconsin, il «Chianti» della California, la «mozzarella» australiana: sono i concorrenti più diretti dei nostri produttori, e operano con un vantaggio competitivo enorme perché godono della reputazione costruita dal prodotto originale senza sostenerne i costi di qualità, di territorio, di lavoro.

Eppure la cucina italiana, secondo il Deloitte Foodservice Market Monitor 2025, vale in totale duecentocinquantuno miliardi di euro a livello globale. È un numero che comprende tutto, ristoranti italiani nel mondo, esportazioni, turismo gastronomico, indotto, e che colloca il cibo italiano come uno degli strumenti di influenza culturale più potenti che un Paese possa avere. Più potente della moda, più capillare del design, più accessibile dell’arte. Il cibo arriva dove nessun ambasciatore riesce ad arrivare: sulla tavola di persone comuni in ogni angolo del pianeta.