Il prossimo 22 giugno, un giorno dopo l’arrivo dell’estate, il leggendario Carlin Petrini avrebbe compiuto 77 anni. Il destino l’ha fermato un mese prima del compleanno, consegnandolo come giusto all’affetto di milioni di persone, in tutto il mondo.
In pochi però, club nobile di ricordi, ideali, taglieri e rosso locale, ricordiamo il Carlin prima di Slow Food, udienze dal Papa, followers ubiqui, il barbudo di Bra, nato in paese un anno dopo Emma Bonino, lei pasionaria radicale con Pannella, lui pasionario del Manifesto con Rossanda. Nel nostro gruppo di eretici a sinistra, Carlin aveva fama unica, perché nella moltitudine di idee e passioni, gemella della penuria di fondi e voti, “piazze piene urne vuote” si diceva, senza perder grinta, lui a Bra raccoglieva consensi come brindisi. A lungo ridemmo, “Se fossi stato tu leader nazionale, eravamo già tutti ministri…”.
Carlin non andò al governo, ma alla corsa dei tori di San Fermin, l’Encierro di Pamplona cantato da Hemingway nel romanzo capolavoro “Fiesta” e raccontava ridendo “Mi inciuccai come mai prima. Ero giovane, salii su un lampione, felice. Alla carica dei tori, marea di corna davanti ai ragazzi in fuga, panni bianchi e fazzoletto al collo, mi prese una gioia indicibile, forse feci per applaudire, venni giù come una pera in autunno sul marciapiede. Non so come, mi portarono in ospedale, il giorno dopo la mia foto finì in prima pagina sul giornale locale, il titolo annunciava che, eroicamente, mi avevano calpestato i toros!”.










