L’Italia novecentesca in cui grazie a crescita economica, industrializzazione e diffusione dell’istruzione superiore i figli riuscivano spesso a migliorare la propria posizione rispetto a quella dei genitori è un ricordo sbiadito. Dire che l’ascensore sociale è bloccato sarebbe però un eufemismo: in realtà si muove, ma in discesa. Per chi è nato tra il 1980 e il 1994, certifica il rapporto annuale Istat pubblicato giovedì, ritrovarsi più in basso nella scala sociale rispetto al punto di partenza è diventato più probabile che salire. Tra gli occupati tra i 32 e i 46 anni, trova l’istituto di statistica esaminando i dati più aggiornati, la mobilità discendente raggiunge il 27,1%, mentre quella ascendente si ferma al 25,1%.

Vale a dire che per i trentenni e quarantenni con genitori liberi professionisti o colletti bianchi il rischio di scivolare verso lavori a bassa qualificazione e poco pagati è maggiore rispetto alla probabilità di riuscire a salire di un gradino. Una tendenza che aveva iniziato ad emergere da studi precedenti, come Millennium aveva raccontato nel 2019, per i nati dagli anni Settanta, ma che si sta accentuando. È un’inversione netta rispetto alla dinamica prevalente per le generazioni del dopoguerra, nelle quali i passaggi verso classi sociali più elevate erano più frequenti di quelli verso il basso. E si registra in un Paese che pure, in assoluto, continua a mostrare livelli relativamente elevati di mobilità sociale “assoluta”. Il 73,6% degli occupati nati tra il 1980 e il 1994 a trent’anni appartiene infatti a una classe occupazionale diversa da quella dei genitori, contro il 70,8% tra i nati prima degli anni Cinquanta. Ma cambiare non vuol dire necessariamente migliorare.