C'è un dato, pubblicato dall'ISTAT nel Rapporto annuale 2026, che dovrebbe farci fermare. Non per un giorno, non per un convegno. Ma molto più a lungo. Per la prima volta dal dopoguerra, in Italia una generazione, quella dei nati tra il 1980 e il 1994, i cosiddetti Millennial, ha più probabilità di scendere nella scala sociale che di salire. La mobilità discendente ha raggiunto il 27,1%, superando quella ascendente, ferma al 25,1%. L'ascensore sociale, su cui intere famiglie hanno costruito speranze e sacrifici, non si è fermato: ha invertito la direzione.

Sarebbe un errore leggere questo dato come una fredda statistica economica. È prima di tutto una ferita pedagogica, una frattura nel patto che ogni generazione stringe, implicitamente, silenziosamente, con quella che viene dopo. Come scriveva Hannah Arendt, ogni nascita è un inizio, un atto di fiducia nel mondo. Ma cosa accade quando il mondo smette di essere degno di quella fiducia?

I numeri meritano una lettura attenta, perché nascondono una trappola. La mobilità sociale assoluta, la quota di trentenni che si trovano in una posizione diversa da quella della famiglia di origine, è cresciuta nel tempo: dal 70,8% per i nati prima degli anni Cinquanta al 73,6% per i Millennial. Sembrerebbe un progresso. Ma muoversi non significa migliorare. Per decenni in Italia la direzione del movimento era prevalentemente verso l'alto. Oggi quella direzione si è invertita. Si tratta di un cambiamento che nessuna recessione, nessuna crisi finanziaria, nessuna pandemia può spiegare da sola. È il sintomo di una trasformazione strutturale: del mercato del lavoro, certo, ma anche del senso che attribuiamo alla formazione, alla cura, alla responsabilità collettiva verso chi viene dopo di noi.