L’aveva detto il direttore artistico Thierry Frémaux: i film sulla Storia — e in particolare sulla guerra e sui regimi — avrebbero fatto, in questa edizione, la parte del leone. Vedremo se anche quella della Palma. Negli ultimi giorni di concorso, la tematica storica ha intercettato quella dell’identità di genere con una puntualità sorprendente.
Tra i titoli più attesi, soprattutto dal pubblico e dalla critica francesi, c’è Notre Salut di Emmanuel Marre che, attraverso la rivisitazione della vita del bisnonno Henri Marre, compone un lungo affresco (due ore e mezza) di quella che fu la Repubblica di Vichy, mettendone in mostra soprattutto l’inquietante macchina burocratica. Dramma lungo e di indubbio coraggio, con il suo secondo lungometraggio il 45enne regista parigino inchioda il progenitore di fronte a quelle che furono le sue responsabilità nel collaborazionismo con i nazisti, rappresentate dal non aver mai scelto di stare dalla parte giusta della Storia.
Se inizialmente appare assai verboso, soprattutto nelle lunghe sedute di organizzazione dello “Stato francese”, nella seconda parte il film precipita nello smascheramento di una free zone in realtà controllata direttamente dai tedeschi. Il punto di vista di Henri — un vero burocrate inerziale del male — emerge grazie all’epistolario con la moglie, punto di partenza della ricerca del pronipote; ma ancor più significativo è lo sguardo adottato dal regista che, per ancorare il racconto al presente di una Francia minata dagli estremismi di destra, accompagna alcune sequenze con musica moderna, utilizzando altresì uno stile para-documentaristico nelle riprese nervosamente realizzate con macchina a mano. Ne emerge un lavoro di grande interesse, mai illustrativo, bensì profondamente incisivo e politico.















