Quando Screen International – una bibbia ai festival, in accoppiata con Variety – nel bel mezzo del festival di Cannes annuncia “I film che probabilmente saranno a Venezia 2026”, ci sentiamo almeno speranzosi. Qui sulla Croisette finora, a una manciata di giorni dalla chiusura con premiazione, grandi capolavori non ne abbiamo visti. A parte, si intende, l’allucinazione collettiva in bianco e nero “Fatherland” di Paul Pawlikowski: Thomas Mann tornato in Germania dagli Usa, festeggiato nella Germania dell’ovest e in quella dell’est. A essere maligni, che con i registi non si sbaglia mai: ognuno si è riconosciuto nel maestro delle lettere tedesche. Intanto Canal+, proprietà dell’arcinemico Vincent Bolloré, ha fatto sapere che i firmatari non saranno più finanziati né ospitati (Canal+ i film li produce, oltre a trasmetterli e a invitare registi e attori nei suoi programmi). Primo candidato per Venezia, “The Adventures of Cliff Booth”: scritto da Quentin Tarantino e diretto da David Fincher. Assieme a “Tender Loving Care” di Mike Leigh, e “Bucking Fastard” di Werner Herzog. Ci fermiamo qui, per non essere accusati di intelligenza con il nemico.Torniamo a Cannes. Qui, nel 2007, il regista rumeno Cristian Mungiu vinse la Palma d’oro con “Quattro mesi, tre settimane e due giorni”. Da allora è sempre una gradita presenza. Quest’anno è in concorso con “Fjord”, suo primo film in inglese, accolto con lunghi applausi alla proiezione ufficiale, molti indirizzati a Renate Reinsve, l’attrice che abbiamo scoperto qualche anno fa qui a Cannes con “La persona peggiore del mondo”. E ritrovato al cinema con il post-bergmaniano “Sentimental Value”. Da allora, un’attrice piena di risorse e intelligente ha visto restringersi le possibilità interpretative a quel che il cinema impone alle donne che recitano nei film d’arte e cultura. Una sola espressione, sufficiente per gioia & dolore & rabbia. Lisbet è la moglie norvegese di Mihai, che è rumeno. Hanno cinque figli, il piccolo ancora in fasce. Si sono appena trasferiti in un paesello in fondo a un fiordo, da qui il titolo. Fanno parte di una comunità religiosa che legge e rilegge la Bibbia, e vieta ai ragazzini i videogiochi, You Tube, gli smartphone e tutte le altre diavolerie moderne.Quando la figlia grande torna a casa con un livido, scatta la Protezione dell’infanzia. I bambini – compreso il neonato – vengono allontanati dai genitori e sistemati in famiglie d’affido. La madre Lisbet è costretta a imbottigliare il suo latte per nutrire il piccolo. Ovviamente, qualsiasi mossa dei genitori costituisce un’aggravante. Segue processo, e bisogna sapere che anche un buffetto è considerato tale. Mungiu sa tenere alta la tensione, dopo un inizio quieto. Delle “vecchie” glorie, è finora il migliore. Ieri – troppo tardi per riferirne, ne scriveremo domani – è passato in concorso Pedro Almodóvar con “Amarga Navidad”, da domani nei cinema italiani (finalmente qualcuno che capisce a cosa servono i festival). Una Palma d’oro non l’ha mai avuta, neppure per “Tutto su mia madre”, quando i pettegolezzi della vigilia lo davano per sicuro vincitore. Aggiungiamo che il titolo internazionale del film, scelto per l’uscita in Francia, è “Autofiction”. L’ultimo titolo in salita nei punteggi è la fantascienza di “Hope”: alla regia il sudcoreano Na Hong-Jin, budget in dollari 33 milioni. Troppo e non abbastanza, scrive Indie Wire. Sulla lunghezza eccessiva, concordano anche i fan sfegatati – ormai nessun regista vuole privarsi di nulla. E allora: mostri, inseguimenti, umorismo greve, complotti, villaggi distrutti.
Cercansi capolavori sulla Croisette
Cristian Mungiu (che vinse la Palma d'oro nel 2007) torna al Festival con “Fjord”: Renate Reinsve, attrice brillante e intelligente, ormai ha una sola espressione. Intanto fa capolino Almodóvar













