Era tra i film più attesi, è risultato fra i più deludenti. Amarga Navidad di Pedro Almodóvar, il titolo di maggior richiamo del concorso a Festival di Cannes e nelle sale italiane da giovedì, è una cocente delusione. Non per tutti, sia chiaro, ma ci si chiede se non sia più il globale affetto reverenziale per il 76enne autore spagnolo ad aver dettato i favori e i doverosi applausi, piuttosto che la reale qualità dell’opera. Perché, di fatto, il buon Pedro nulla aggiunge a quanto nella sua filmografia abbia prima sperimentato e poi confermato, soprattutto con maggiore efficacia. Insomma, un testo già visto, “trito e ritrito”, laddove l’estetica almodóvariana fatta di colori accesi, abiti firmati, abitazioni cool e colonna sonora onnipresente viene riproposta senza modificare una virgola. Per non parlare della presenza massiccia femminile, in cui quasi tutte sono “donne sull’orlo di una crisi di nervi”, anzi, ci sono già dentro, ciascuna per un proprio valido motivo.

Il racconto è centrato sull’atto creativo di una sceneggiatura, quindi siamo nei territori della metanarrazione, e quanto vediamo sullo schermo si alterna fra il presente e il 2004, periodo in cui è ambientato lo script di un noto autore, interpretato dall’argentino Leonardo Sbaraglia, che per fattezze, età e modus vivendi non può che essere l’alter ego di Almodóvar. La storia si concentra su una regista, interpretata da Bárbara Lennie, che ha una relazione con un giovane stripper-pompiere e soffre di crisi di panico.