CANNES – Nel 2024 Pedro Almodóvar ha portato in concorso a Venezia La stanza accanto, suo primo film in lingua inglese. Ha vinto il Leone d’oro. Tornato alla natia Spagna e alla lingua madre, punta con Amarga Navidad (alla lettera “Natale amaro”) all’unico grande premio che gli manca, la Palma d’oro (in bacheca ha due Oscar e mille altri riconoscimenti). Se il precedente era un appello all’eutanasia legale, quest’ultimo è un film pieno di lutti e racconta l’impossibilità e al tempo stesso la necessità di affrontarli. La morale, se ce n’è una, si chiama creatività: l’unico modo di superare un lutto è raccontarlo, ma cosa succede se si tratta di un lutto altrui, se l’artista è solo testimone e le persone che hanno veramente perso qualcuno si risentono, o si offendono?
Cannes 2026 sta girando su se stesso: di film in film incontriamo sempre gli stessi attori, le storie sembrano sovrapporsi. È un festival di interpreti ubiqui: hanno fatto il bis, nel concorso, Virginie Efira, Catherine Deneuve, Léa Seydoux e Gilles Lellouche, tutti francesi o francofoni; e Amarga Navidad è il secondo titolo in cui vediamo la giovane spagnola Victoria Luengo. Il film di Almodóvar pare un’involontaria risposta a Storie parallele, dell’iraniano Asghar Farhadi: un personaggio-narratore (là una scrittrice, Isabelle Huppert; qui un regista, Leonardo Sbaraglia) spia le vite degli altri, ne fa materia di racconto e deve subire le rimostranze di chi si ritrova, non consenziente, a essere “l’ispirazione” di un’opera artistica. È cinema al quadrato, un ritorno alle atmosfere del nouveau roman di Robbe-Grillet e alle sperimentazioni del cinema degli anni 60. È sempre più difficile raccontare qualcosa di nuovo.










