Amarga Navidad, Natale amaro, è il titolo del nuovo film di Pedro Almodóvar, anzi Almodóvar senza il nome come si legge nei titoli di testa, a dirci di un cinema che è divenuto un «marchio» internazionale, riconoscibile ovunque, che porta in sé il comico, il tragico, che parla di memoria e nel privato e nel collettivo, che è desiderio e danza di generi. Per il regista madrileno, più volte in selezione sulla Croisette senza mai vincere la Palma d’oro questo ventiquattresimo lungometraggio è, dopo l’esperienza americana del precedente La stanza accanto, anche un ritorno nella sua Madrid, laddove tutto è cominciato: gli anni della Movida e la fine della dittatura, quando Almodóvar che oggi ha settantasei anni era un ragazzo e insieme al gruppo di amiche e di amici imparava a reinventare un Paese nella sua mutazione, e nei suoi immaginari, dalla dittatura verso qualcos’altro.
quoteLa vita di Elsa è lo script che sta scrivendo Raul, l’autore riflette il suo mondo
Uscito già in Spagna – ma per lui c’è una speciale «dispensa» come per Nanni Moretti – il Natale amaro del cineasta spagnolo intreccia due storie, quella di Elsa (Barbara Lennie) regista di due film di culto – non hanno fatto un soldo sintetizza lei a chi le chiede il significato – passata alla pubblicità, che nei giorni prima di Natale è colpita da una terribile emicrania e da improvvisi attacchi di panico. E quella di Raul (Leonardo Sbaraglia) autore riconosciuto, nevrotico e un po’ ipocondriaco, che sta scrivendo una nuova sceneggiatura dopo qualche anno di impasse creativa e di silenzio, e che viene all’improvviso abbandonato dalla sua storica assistente in questo momento così delicato. Sappiamo subito però che la vita di Elsa è lo script che sta scrivendo Raul, che nelle vicende della donna riflette quanto gli accade intorno, la propria esperienza e quella delle persone vicino, amiche, amanti, fantasmi. Del resto: non è nutrita l’arte, la scrittura, la dimensione letteraria da ciò viviamo ogni giorno?










