Quello del regista capofila della Nouvelle Vague rumena è quasi un court drama su una religiosissima famiglia di immigrati in Norvegia. Una storia minima con domande universali. Mentre continua a far discutere il caso BolloréCannes – Non è il caso della “famiglia nel bosco”, anche se c’è chi – in malafede – proverà a sostenerlo. Le domande che pone Cristian Mungiu con Fjord – il film più spinoso visto finora in concorso – sono parecchio più scomode, e riguardano tutti i “paesi accoglienti”, almeno in questo spicchio di mondo che è la vecchia Europa. Il capofila della Nouvelle Vague rumena (Palma d’oro per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni nel 2007), come sempre il suo cinema, non ama i proclami: racconta con calma, coinPer continuare a leggere questo articoloSei già abbonato?Teresa MarchesiCritica cinematografica e regista. Ha seguito per 27 anni come inviata speciale i grandi eventi di cinema e musica per il Tg3 Rai. Come regista ha diretto due documentari, Effedià - Sulla mia cattiva strada, su Fabrizio De André, presentato al Festival del Cinema di Roma e al Lincoln Center di New York, premiato con un Nastro d'Argento speciale, e Pivano Blues, su Fernanda Pivano. presentato in selezione ufficiale alla Mostra di Venezia e premiato come miglior film dalla Giuria del Biografilm Festival.
“Fjord”, un Mungiu da Palmarès: se l’accoglienza non è rispetto
Quello del regista capofila della Nouvelle Vague rumena è quasi un court drama su una religiosissima famiglia di immigrati in Norvegia. Una storia minima con domande universali. Mentre continua a far discutere il caso Bolloré










