Un “processo storico”, una “pietra miliare”, addirittura un “momento Norimberga” per la Libia. Nei commenti di chi ha assistito all’udienza predibattimentale nei confronti di El-Hishri all’Aia trapela tutta la soddisfazione e l’importanza del caso.

17 i capi di imputazione, tra crimini di guerra e contro l’umanità. Il lavoro della Procura, che per tre giorni ha delineato contorni e dettagli del caso in modo meticoloso e approfondito, è stato davvero impressionante. Impressionante anche per i contenuti – le descrizioni dei crimini che i detenuti subivano nella prigione di Mitiga, un inferno dove le vittime, libiche e non, erano torturate brutalmente, violentate, umiliate, denigrate e rese veri e propri schiavi. Talvolta per mesi. Talvolta per anni. Molte sono morte, uccise dalle violenze.

Il trattamento peggiore, come ha ripetuto più volte l’accusa, era riservato ai migranti dell’Africa sub-sahariana, discriminati per il colore della loro pelle, per motivi religiosi e per una serie di ragioni incrociate che rendevano la persecuzione nei loro confronti ancora più grave. Sono loro le persone con cui lavoro insieme al Centro europeo dei diritti umani e costituzionali di Berlino (ECCHR), a nome delle quali abbiamo presentato corpose denunce alla Cpi. Sono loro le testimonianze che abbiamo raccolto per anni e che potrebbero riempire libri degli orrori per molti altri anni a venire. “Migranti” – colpevoli di essersi messi in marcia lasciando i loro paesi sperando in un futuro migliore e rimasti imprigionati in Libia. Il processo a El Hishri ha permesso alle vittime di essere viste e ascoltate: molte frasi pronunciate in udienza erano testuali citazioni delle testimonianze di chi con coraggio ha raccontato gli abusi, nonostante i rischi. Un giorno le vittime potranno vedere giustizia, forse anche un risarcimento di significato simbolico.