Le note preparate dalla Corte penale internazionale lo dicono in maniera chiara: se siete persone impressionabili, sappiate che potete uscire in qualsiasi momento. Nelle quattro ore in cui la procura dell’Aia ha presentato le accuse e le prove contro il generale libico Khaled El Hishri, Al Buti, l’elenco degli orrori è lunghissimo. Diciassette i reati ipotizzati: undici capi per crimini contro l’umanità e sei per crimini di guerra. Tutti compiuti tra il 2015 e il 2020 nei confronti di 945 persone a Mitiga, il complesso a est di Tripoli dove, oltre all’aeroporto, c’è la prigione. E le «condizioni di detenzione sono inimmaginabili».

I PROCURATORI si alternano nella lettura del catalogo delle aberrazioni. Lui, il generale, «l’angelo della morte», come pure lo chiamano, è a sinistra della corte. Appare imponente, il viso segnato da qualche cicatrice, il completo blu che stringe sul petto. Non tradisce particolari emozioni quando si parla dei metodi con cui, insieme a Osama Almasri, dirigeva il suo plotone di torturatori: la Rada. Uno spettatore muto. Così come in silenzio lo osservano dagli spalti le sue vittime. Ci sono David Yambio e Lam Magok, testimoni non molto ascoltati dalle autorità italiane durante i rovesci del caso Almasri, ma tenuti in grande considerazione all’Aia.