Davanti alle giudici della prima camera della Corte penale internazionale, questa mattina all’Aia non ci sarà soltanto Khaled Mohamed Ali El Hishri, il generale Al Buti, chiamato a rispondere delle accuse di crimini di guerra e contro l’umanità: omicidio, stupro, riduzione in schiavitù, tortura, persecuzione e detenzione arbitraria nei confronti di migliaia di persone detenute nel carcere di Mitiga, in Libia. Dietro di lui ci saranno anche i fantasmi di una guerra dimenticata, quella delle milizie che dalla morte di Gheddafi lottano tra loro nel tentativo di assumere il controllo del paese. E nel frattempo fanno affari con l’Europa, Italia in testa, con il ricatto dell’invasione dei migranti. Per la nostra porzione di mondo vale la regola del cuore che non duole – almeno – finché l’occhio non vede. I barconi che affondano nel Mediterraneo, chi viene salvato e chi no, sono solo una piccola parte della storia. Il resto si consuma all’interno di centri di detenzione dove la tortura è la regola e dove si può finire solo perché non si ha il passaporto giusto in tasca.
AL BUTI È UNO DEI SIGNORI di Mitiga e un pezzo molto grosso della Rada, la milizia “di deterrenza” che un po’ combatte e un po’ tratta con il governo formale del presidente Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh. È anche un collega, un complice, di Osama Almasri, il generale che venne arrestato in Italia un giorno di gennaio del 2025 su ordine della Corte penale internazionale per poi essere liberato e rimpatriato nel giro di poche decine di ore. Adesso è in arresto a Tripoli da mesi, ma le autorità locali non hanno mai dato segno di voler eseguire il mandato spiccato all’Aia anche per lui per crimini di guerra e contro l’umanità.











