Le perplessità sulle modalità dell’arresto, i dubbi dei magistrati di via Arenula, le richieste alla Corte penale internazionale e le «perplessità» italiane. C’è molto nelle carte del caso Almasri per spiegare ciò che non torna nella vicenda per cui mezzo governo italiano si ritrova sotto inchiesta. Quando il generale libico è stato fermato a Torino il 19 gennaio scorso e la comunicazione è stata inoltrata a Roma, da subito ci fu qualcosa di strano. Mariaemanuela Guerra, direttore generale degli Affari internazionali e della cooperazione giudiziaria del ministero della Giustizia, lo mette nero su bianco in una mail a Luigi Birritteri, del Dag (dipartimento Affari di Giustizia): «Luigi, sono molto perplessa perché gli articoli 87 e 89 dello Statuto prevedono espressamente che la Corte parli direttamente con lo Statuto membro per chiedere cooperazione. Non parla con la polizia!». A dire che Guerra aveva subito espresso le proprie perplessità sulla correttezza della procedura seguita per l'arresto del libico. La stessa Guerra aveva avvertito la collega Lucchini, dirigente dell’Ufficio che avrebbe dovuto materialmente curare l’istruttoria. Si erano confrontate e avevano rilevato quello che, secondo loro, era «un errore procedurale», perché le manette ai polsi del presunto torturatore di Tripoli erano scattate senza un passaggio dal Ministero.
Almasri, i dubbi della funzionaria sull'arresto: la mail che inchioda l'Aia | Libero Quotidiano.it
Le perplessità sulle modalità dell’arresto, i dubbi dei magistrati di via Arenula, le richieste alla Corte penale internazionale e l...











