Il tribunale dei ministri ha chiuso l’inchiesta sul caso di Najeem Osema Almasri, il generale libico arrestato a Torino su mandato di cattura internazionale e poi rilasciato per un cavillo giudiziario e rimpatriato in fretta e furia.
Archiviata la posizione della premier Giorgia Meloni. «Dal decreto – scrive la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni – desumo che verrà chiesta l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Piantedosi e Nordio e del sottosegretario Mantovano». Meloni aggiunge: «Nel decreto si sostiene che io non sia stata preventivamente informata e non abbia condiviso la decisione assunta e in tal modo non avrei rafforzato il programma criminoso. Si sostiene pertanto che due autorevoli ministri e il sottosegretario da me delegato all’intelligence abbiano agito su una vicenda così seria senza aver condiviso con me le decisioni assunte ed è una tesi palesemente assurda».
Almasri, personaggio chiave nei rapporti con la Libia, al vertice delle Forze speciali di deterrenza e direttore della prigione di Mitiga, finisce in manette per crimini di guerra e contro l’umanità, stupri, tortura, omicidio. Viene fermato a Torino il 18 gennaio, mentre, con alcuni amici, sta tornando dallo stadio dopo aver seguito la partita della sua squadra del cuore, la Juventus. Il suo nome è comparso nei database internazionali dei ricercati perché poche ore prima la Corte penale internazionale ha inserito nel circuito Interpol il mandato di cattura. Dell’arresto viene informata l’autorità giudiziaria. Il 21 gennaio, il generale viene lasciato libero dalla Corte d’appello di Roma, competente ad applicare la convenzione con i giudici internazionali, per un vizio di procedura. Che si può sintetizzare così: il ministro sarebbe stato informato in ritardo della questione. «Non è vero. L’Italia sapeva tutto. E aveva anche chiesto di non commentare la cosa con clamore», dicono in una nota dalla Corte dell’Aja. Inoltre, molte ora prima della scarcerazione disposta dal tribunale, un aereo dei servizi segreti ha raggiunto Torino con l’ordine di riportare in Libia quel «carcerato scomodo». Perché quella decisione è stata presa in anticipo rispetto alla pronuncia dei giudici? C’è poi la questione procedurale. Il ministro della Giustizia avrebbe potuto sanare, con un intervento tempestivo, i cavilli di diritto sollevati dai giudici di Roma a seguito della richiesta di cattura della Corte penale internazionale











