La Corte Penale Internazionale, per la prima volta, ha la possibilità di processare la mafia libica. Sono iniziate ieri le udienze per la convalida delle accuse contro El Hishri, noto anche come Al Buti, figura di vertice della mafia libica, della stessa milizia di Almasri e uno dei responsabili della prigione femminile di Mitiga. Tra i 17 capi di imputazione vi sono torture, trattamenti inumani, omicidio, riduzione in schiavitù e stupro. I recenti report delle Nazioni Unite hanno evidenziato come questi crimini costituiscano parte integrante di un sistema complesso che comprende traffico di esseri umani, droga e petrolio. È un sistema che si regge anche sui respingimenti finanziati dall’Italia e dall’Unione europea, i quali hanno contribuito, negli anni, a rafforzare e legittimare gruppi armati responsabili di gravissime violazioni dei diritti umani.
In questi anni i sopravvissuti alle violenze atroci commesse dalle milizie libiche hanno avuto il coraggio di denunciare, sostenuti da attori della società civile libica e da organismi internazionali. Contemporaneamente le inchieste di giornalisti come Nello Scavo, Francesca Mannocchi, Nancy Porsia e Sergio Scandura portavano alla luce il sistema di potere della mafia libica e le sue connivenze internazionali. Un momento di svolta è stata poi la nascita di Refugees in Libya, con cui i migranti stessi si sono organizzati in movimento popolare e hanno iniziato a sfidare il dominio della mafia libica, lottando insieme alla società civile internazionale.











