Il 19 maggio all’Aja, nei Paesi Bassi, è comparso davanti alle giudici della prima camera della Corte penale internazionale (Cpi) Khaled Mohamed Ali El Hishri, noto in Libia come Al Buti, il generale libico che insieme a Osama Almasri e altri ufficiali gestiva il centro di detenzione per migranti di Mitiga. Su di lui pensano 17 capi d’imputazione per crimini di guerra e crimini contro l’umanità: strupri, torture, omicidi, detenzioni arbitrarie, persecuzioni compiute tra il 2015 e il 2020 contro migliaia di persone. È l’inizio di un procedimento giudiziario storico, il primo caso arrivato in tribunale dopo anni di indagini della Cpi sui crimini commessi in Libia dopo la caduta di Muammar Gheddafi nel 2011.
È il primo atto giudiziario a colpire la catena di comando accusata di avere istituzionalizzato la tortura e lo sfruttamento di migliaia di migranti e rifugiati. E punta i riflettori sul sistema invece che sui singoli responsabili, mettendo in luce anche le responsabilità delle politiche dell’Unione europea. Le accuse sollevate da organizzazioni umanitarie e dalle parti civili evidenziano la complicità nel finanziare e supportare la cosiddetta guardia costiera libica, responsabile di intercettazioni illegali in mare e abusi nei centri di detenzione.







