Lo strano effetto che fa vedere il proprio aguzzino sul banco degli imputati della Corte penale internazionale. Sugli spalti, dietro al vetro antiproiettile che separa l’aula dal pubblico, ci sono alcuni ragazzi di Refugees in Lybia ad assistere all’udienza preliminare che stabilità se ci sarà mai un processo contro il generale Mohamed El Hishri, Al Buti, uno dei signori della prigione di Mitiga. C’è chi vuole vedere dov’è detenuto. Su uno smartphone appare una foto: una cucina, un armadietto, in primo piano un biliardino. Se non sai cosa stai guardando – una prigione – non ti sembra nemmeno così male. «Mitiga è molto diversa», taglia corto però Lam Magok, che qui all’Aia è un testimone mentre in Italia non riesce ad avere un processo. La Corte costituzionale, la settimana scorsa, gli ha negato la costituzione in giudizio. Ora, mentre studia scienze politiche, insieme a Refugees in Lybia prova a offrire «diritti, protezione e dignità» a chi è intrappolato in Libia, ma anche in Tunisia, in Niger e in Algeria.

«A MITIGA ci sono stato sei mesi nel 2020. Poi altri tre in un’altra prigione. E sì, mi hanno torturato», racconta Magok. Nel carcere della Cpi, dodici celle in tutto, i detenuti sono appena sei. In Libia non si sa, verosimilmente migliaia. Ad Al Buti contestano violenze su almeno 945 persone tra il 2015 e il 2020: i torturati dalla Rada, la milizia che guidava insieme ad Osama Almasri e ad Abdul Raif Kara, il comandante in capo. Sono 159, invece, le vittime personali dell’imputato, quelle per cui la procura ritiene di poter provare un suo coinvolgimento diretto. «È il numero più alto mai esaminato in questa sede», spiegano dall’accusa, che ieri ha concluso la lettura degli elementi che vorrebbe portare in dibattimento.